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L’INTERVISTA – Sportillo sfoglia l’album dei ricordi: “Il Casarano con Corvino, Viscidi, il Torino e poi Miccoli, che fenomeno…”

Come Ulisse, tornato nella sua Itaca dopo lungo peregrinare, anche Pietro Sportillo, dopo tre decenni in giro per l’Italia, è rientrato, quest’anno, nella sua Francavilla Fontana con l’obiettivo di tenere alto il nome della squadra della sua città. Da luglio 2021, per Sportillo si è aperto un altro capitolo della sua vita calcistica: quello da vice allenatore a supporto di mister Roberto Taurino, suo amico e compagno d’avventure da una vita. I risultati parlano chiaro: la Virtus sta raccogliendo soddisfazioni in serie, gioca bene, divertendosi e facendo divertire.

Com’è stato ritornare nella tua Francavilla dopo circa trent’anni in giro per l’Italia? Com’è nata la collaborazione con Taurino e come ti trovi a condividere la panchina con lui?

“Il mio ritorno a Francavilla dopo trent’anni altro non è che un ricordo della mia infanzia, quando correvo su di un campo in terra battuta coi miei compagni. Oggi, lavorare per la Virtus, è un grande orgoglio e una grande responsabilità. Con Roberto (Taurino, ndr), abbiamo giocato insieme nel Gallipoli e quando c’è stata l’occasione di lavorare al suo fianco in questa esperienza, non ho esitato. Devo dire che il ruolo è diverso da quello a cui ero abituato, e non solo mi senti a mio agio, ma sento anche di migliorare il mio bagaglio di conoscenza calcistico”.

A poco oltre metà campionato, la Virtus è a soli quattro punti dal quarto posto. Quest’estate avresti scommesso su un piazzamento simile alla pausa natalizia?

“Purtroppo non sono un grande scommettitore, ma posso dirti che, per come la squadra si allena dal 12 luglio, sarà difficile per chiunque fare risultato pieno contro di noi. Il piazzamento finale sarà determinato dalla cura dei dettagli e, purtroppo, dalla variante Covid”.

Una carriera per il calcio. Hai indossato maglie blasonate e gloriose. Partiamo dall’esperienza nelle giovanili del Torino con Vatta e Rampanti. Cosa ricordi di quei tempi? Hai qualche rimpianto?

“Innanzitutto, l’unico rimpianto che ho della mia vita, e di ciò me ne faccio una grande colpa, è non aver finito gli studi. I ricordi del Torino e di tutte le squadre in cui ho militato, saranno sempre nella mia testa e nel mio cuore per tutto quello che mi hanno dato, non solo sotto il profilo calcistico, ma, soprattutto, umano”.

Quali sono stati i tuoi compagni di squadra più forti con cui hai giocato? E chi l’attaccante più difficile da marcare?

“Ho giocato, per mia fortuna, con tanti giocatori forti, con gente che ha fatti tanta Serie A e, alcuni, hanno anche indossato la maglia della Nazionale. Tre nomi? Buonocore, Aquilani, ma, soprattutto, Fabrizio Miccoli penso siano il top. Anche da avversario, con la maglia della Ternana, mi ha sempre fatto gol. Un fenomeno di giocatore”.

Tra le tante maglie che hai indossato, a quale ti senti più legato?

“Avendo indossato maglie di città importanti significa, per forza di cose, che ti rimangono tutte dentro. Ma, indossare una maglia, prima nel settore giovanile, poi in prima squadra in varie categorie e, infine, per aver avuto il privilegio di allenarla, mi viene spontaneo nominare quella del Casarano, a cui sarà sempre legato”.

A quale allenatore sei rimasto più affezionato e chi ti ha trasmesso di più nella tua carriera?

“Tutti gli allenatori che ho avuto mi hanno insegnato qualcosa, ma grazie al direttore Pantaleo Corvino, che, a soli 14 anni, mi portava in ritiro con la prima squadra del Casarano, ho avuto un maestro come Viscidi che mi ha insegnato tutti i movimenti della difesa a zona. Che spettacolo vedere giocatori come Levanto, Serra o Piccinno allenarsi! In quei tempi, per me, era come andare all’università del calcio”.

In estate hai fatto il salto (da allenatore) dai dilettanti regionali ai professionisti nazionali. È stato difficile proiettarsi in un mondo totalmente diverso di fare calcio?

“Il mio modo di pensare e fare calcio è sempre lo stesso. Come ho già detto, il ruolo è diverso e impone molta intelligenza e modi di dire e fare le cose. Ho sempre sostenuto che si può fare il professionista nei dilettanti e viceversa”.

Sei stato l’ultimo allenatore che ha vinto un campionato di Promozione sul campo, nonostante mancassero solo pochissime giornate nel campionato 2019-20 poi fermato per Covid. A distanza di due stagioni, vedi dei cambiamenti in meglio o in peggio nei campionati dilettantistici regionali?

“Se c’è stato un cambiamento è perché la maggioranza lo ha voluto. A me fa piacere ricordare il campionato vinto sul campo, quando mancavano pochissime partite ed eravamo primi in campionato, ma anche in finale di Coppa Italia e primi nella classifica Disciplina”.

Le società dilettantistiche pugliesi (e non solo) vivono un momento di profonda crisi economica, legata ai mancati sponsor e alla questione Covid. Ritieni che sia stata una scelta giusta quella di suddividere in due il girone di Eccellenza per ottimizzare i costi?

“A me personalmente non piace, ma se è stato fatto cosi ci sarà stato un motivo. So solo che l’Eccellenza pugliese era il campionato più bello e difficile di tutto il panorama nazionale…”.

Da osservatore esterno, su chi punti per la vittoria del campionato di Eccellenza? Martina o Barletta (al momento le due stradominatrici dei due gironi)?

“La finale, salvo clamorosi ribaltoni nel girone A, sarà tra Barletta e Martina. Da pugliese, spero possano andare entrambe in Serie D. Sono piazze che meritano altri palcoscenici per la storia che hanno”.

Il Città di Gallipoli ha praticamente un piede e mezzo in Eccellenza o credi in un ritorno delle sue inseguitrici?

“In Promozione, con tutto il rispetto che nutro per le altre squadre, non c’è stato mai campionato. Lo dico amichevolmente: troppo ampio il divario tra la qualità della rosa del Città di Gallipoli e quello delle sue avversarie. Complimenti alla società, allo staff tecnico e ai giocatori”.

In generale, credi che i campionati di Eccellenza e Promozione siano ancora quelli di qualche anno fa o che sia calata la qualità?

“Non sono stato mai d’accordo con quelli che dicono: ‘Ai miei tempi… ecc.”. Dico solo che vincono quelli che fanno le cose meglio degli altri, in tutte le componenti calcistiche”.

Come si esce da questo periodo nero del calcio dilettantistico (e dello sport) in generale?

“Onestamente non saprei, ma mi sembra che l’unica arma che abbiamo a disposizione per condurre una vita semi-normale e per ritornare a giocare (perché si deve ritornare a giocare) è quella del vaccino. Dicendo ciò, non voglio creare polemiche di pensiero, ma credo, semplicemente, che sia l’unica cosa che si può fare affinché torni un minimo di normalità”.

Cosa ti auguri per il tuo futuro? Qual è l’obiettivo professionale a cui punti?

“Mi auguro di migliorare e approfondire sempre di più le mie conoscenze e competenze. L’obiettivo è sempre lo stesso da trent’anni: dare il massimo e non lesinare energia nel ruolo che mi compete”.

(foto: Pietro Sportillo – ph. Miglietta)