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SERIE A – Gravina: “Non sarò il becchino del calcio italiano”. Pressioni per ripartire, ma a quale prezzo?

In un clima da tutti contro tutti in una babele di dichiarazioni, interviste, contro-interviste, smentite e di note ufficiali, la Figc ha consegnato, nelle scorse ore, il protocollo sanitario per la eventuale ripresa (dalla Federazione tanto auspicata) delle attività sportive del massimo campionato professionistico nazionale. La palla, ora, passa al Ministero della Salute e a quello dello Sport, che dovranno analizzare il protocollo proposto, vagliandone l’effettiva fattibilità nel rispetto e nella tutela della salute degli addetti ai lavori.

LA FIGC PREME – Ed è proprio questo il punto. La Figc preme per ultimare i campionati, comunque vada e qualsiasi cosa succeda, forse ignorando che, ogni giorno, in Italia, diverse centinaia di persone muoiono, ancora oggi, per Covid-19. Ma, si sa, gli interessi della lobby calcistica sanno far pressione, quando vogliono, e quando in ballo ci sono diversi milioni di euro sul tavolo, ossigeno puro per qualsiasi bilancio di una qualsiasi società professionistica.

GRAVINA “NON SARÒ IO IL BECCHINO – E perciò il presidente Gabriele Gravina va avanti come un treno. “Non ho mai preso in considerazione l’idea di fermarci – ha detto ieri sera a Che tempo che fa, su Rai2, da Fabio Fazio – non posso prendermi questa responsabilità che lascio al Governo. Non posso essere il becchino del calcio italiano”, ha dichiarato, in maniera palesemente pilatesca. D’altronde, ci si chiede, tra le altre cose, e attendendo l’eventuale ratifica del protocollo presentato al Ministero, cosa potrebbe succedere qualora un addetto ai lavori (calciatore, allenatore, un componente di uno staff al seguito) dovesse risultare positivo al Coronavirus. In linea di principio, dovrebbe andare in quarantena, così come tutto il suo “gruppo squadra”. Verrebbe da chiedersi, anche, come sarà possibile rispettare la distanza interpersonale di almeno un metro durante le azioni da gioco. Domande forse banali che, però, sono scientificamente ignorate dalle alte sfere federali.

E GLI ALTRI? – E poi, ancora: tralasciando i problemi di calendario e quelli susseguenti delle Coppe europee, che ne sarà degli altri due campionati professionistici nazionali? Se già in Serie A diverse società non possiedono un proprio centro sportivo (vedi il Lecce) in cui ritirarsi in isolamento, come poter applicare le medesime disposizioni anche alle società di Serie B e C? E che ne sarà del mondo dei dilettanti? Forse che la salute dei dilettanti vale meno rispetto a quella dei professionistici? In termini di denaro, sicuramente . ma solo in quelli.