LECCE – Trovare qualcosa di buono è impresa ardua. Cosa è successo in questi tre mesi?
Trovare qualcosa di buono in quanto visto ieri sera nel caldo tardo pomeriggio del Via del Mare è cosa altamente complicata. Il Lecce non c’era. Né con le gambe, né con la testa. Ed è soprattutto quest’ultimo aspetto che fa preoccupare maggiormente. Mister Fabio Liverani, come sempre, non si è trincerato dietro parole fumose: ha ammesso, schiettamente, che la situazione è ancora più preoccupante rispetto a tre mesi fa.
I giallossi hanno infilato, per mano del Milan, la terza sconfitta consecutiva, incassando 15 gol in tre partite. Certo, gli avversari erano Roma, Atalanta e, da ultimi, proprio i rossoneri. Il prossimo, sarà la Juventus campione d’Italia ed è altamente probabile che arrivi anche la quarta. Concorrenti di altissimo livello e lo zero in casella, in quattro giornate, ci può stare. Fa malissimo, psicologicamente, ma ci può stare. Le differenze tecniche sono molto molto marcate, specie se, come ieri sera, in campo si presenta una squadra rabberciata e con diversi elementi titolari molto lontani da una forma fisica accettabile.
Cosa è successo in questi tre mesi? Liverani ha affermato, nel dopo gara, che qualcuno è rimasto un po’ troppo sul divano, bloccato dalla paura. Il crollo mentale è un problema serio e ha interessato – e continua a interessare – anche larghe fette della nostra società. La cosa che lascia basiti, però, è un’altra: come si può salvare una squadra che, in campo, sembra tutto fuorché una squadra? Una squadra lenta come non mai, pesante nelle gambe e di più nella testa, lontana parente da quella che ci metteva il cuore, lottando su quasi tutti i campi, mesi fa. Pur inferiore, tecnicamente, a molte altre compagini, il Lecce, quasi sempre, aveva dimostrato di potersela giocare sino all’ultimo secondo dell’ultima partita. E che, almeno sulla carta, l’obiettivo salvezza era alla sua portata.
La gara di ieri sera è stata un monologo rossonero. Il Milan si è dimostrato più in palla, più lucido, più veloce, più cinico, più sfrontato del suo avversario. L’assenza di tifosi al seguito, negli stadi, non può che penalizzare le squadre medio piccole, che provano a colmare, con la spinta dei propri sostenitori, il gap tecnico che le divide dalle proprie avversarie. Questo è un altro scoglio che il Lecce dovrà scalare, da qui ai prossimi due mesi e mezzo. Ma non solo: i cinque cambi, inevitabilmente, favoriscono le rose che più dotate, numericamente e tecnicamente. Non di certo il Lecce, non di certo la squadra di ieri sera, falcidiata da infortuni secolari (Farias non gioca una gara da titolare dal 30 novembre, per esempio), indisponibilità pesantissime (Donati, squalificato, Barak, Majer, Deiola, lo stesso Rossettini che è rimasto dalla panchina, anche se Meccariello ci ha messo l’anima) e caratterizzata da una condizione fisica adatta, più che altro, ad una amichevole pre-campionato tra i monti delle Dolomiti.
Urge un immediato cambio di rotta. Il calendario non darà tregua e si giocherà ogni 3-4 giorni. Servono energie, per le gambe e per la mente, svuotate allo stesso modo dai lunghissimi mesi di stand-by. La squadra di Sarri, di certo, non è l’avversario più adatto a ritrovare fiducia nei propri mezzi. Ma non bisogna, di certo, andare a Torino col fiocchetto in testa, e consegnarsi, senza lottare, al nemico. La gara dello Stadium varrà tantissimo sotto l’aspetto psicologico. Se, comunque, vada, si vedrà un moto d’orgoglio e di fiducia, si potrà affrontare lo scontro diretto casalingo contro la Sampdoria del 1° luglio con maggiore consapevolezza dei propri mezzi e con il morale decisamente più alto. Altrimenti… sono guai. Seri.
