Skip to content Skip to sidebar Skip to footer

IL CORSIVO – “Chi non combatte ha già perso”, scriveva la Nord. Appunto.

È stata una nottataccia per i tifosi del Lecce che hanno assistito ad una delle più brutte partite dei giallorossi nella stagione.

Quello che più preoccupa è la mancanza di grinta con cui si è affrontata la, sin qui, gara più importante dell’anno. Gli sguardi dei calciatori ripresi mentre entravano in campo, erano spenti. Di certo, non iniettati di sangue agonistico, come una partita del genere vorrebbe.

SECONDE PALLE, QUESTE SCONOSCIUTE – Contrariamente a quanto dichiarato da mister Eugenio Corini, nella sala stampa del “Penzo” di Venezia, ieri la sua squadra non è parsa essere cosciente di ciò che si stava giocando. Oppure, non ne aveva le forze per giocarsela. Mancosu e compagni arrivavano, sistematicamente, secondi su ogni pallone. Hanno perso la stragrande maggioranza dei duelli. Sono stati sovrastati, fisicamente e tatticamente dai loro avversari. In 93 minuti non si ricorda una palla gol limpida, una trama interessante di gioco, una sovrapposizione riuscita, un triangolo veloce, un’incursione ficcante degli esterni. Un’idea del trequartista. Un movimento pericoloso degli attaccanti. Solo tanta improvvisazione.

GESTIONI – Sempre Corini, sempre nella brevissima conferenza stampa pubblicata dai canali social del Lecce, quasi a mezzanotte, ha affermato che la sua squadra, dopo un avvio di sofferenza, ha orientato la partita nella parte centrale del primo tempo (quando?), che ha cercato di abbassare il ritmo del Venezia, palleggiando (questo è vero, ma con pochissimi effetti), creando anche due situazioni pericolose (quali? Una girata senza troppa convinzione di Coda al 32′? Un colpo di testa telefonato da Stepinski a Maenpaa al 34′?).

IMPOTENZA – La fotografia della partita giocata ieri dal Lecce sta in ciò che è successo al minuto 36. Stepinski, con un po’ di fortuna e rimediando ad un errato controllo, guadagna una punizione poco dopo la linea di metà campo. Ci si aspetta che il pallone venga calciato in avanti, per provare a costruire una bozza di azione offensiva, ma… no. Il pallone arriva a Gabriel, il solito “refugium peccatorum”. Desolante. Il tecnico ha negato che la squadra abbia giocato per gestire il risultato, ma il fatto che si cercava, comunque, di limitare le folate veneziane facendo girare, inutilmente, il pallone, fa capire che era effettivamente questa l’intenzione. Farlo girare, senza mai verticalizzare, impotenti di fronte ad uno schieramento tattico ineccepibile studiato da Paolo Zanetti. Per puro paradosso, la sconfitta di un solo gol, è una grande vittoria per il Lecce

F4 – L’altra frase su cui siamo d’accordo, pronunciata ieri dal mister, è che il Lecce è mancato nell’incisività e nella qualità delle scelte finali. Su questo non ci piove. Ma la qualità e l’incisività è mancata dal 1′ al 93′, in tutti i settori del campo, non solo sulla trequarti, dove Mancosu non ha mai acceso, inventato, creato. Il Lecce ha sofferto anche nel secondo tempo e solo dopo l’ingresso di Henderson ha, timidamente, abbozzato una forma di reazione, che è stata oro rispetto al nulla visto sino a quel momento. Che, comunque, non ha creato alcuna palla gol, alcuna situazione di pericolo imminente per la squadra di casa. Secondo Corini, il Lecce ha creato le condizioni per vincere la partita sullo 0-0 (quando, esattamente?) e poi per pareggiarla (zero palle gol). F4, F4, F4, basito (questa la capiranno solamente i fan di “Boris“).

GESTIONE DEI CAMBI – “Siamo in svantaggio nel primo macrotempo, vinciamo il secondo e andiamo in finale”. Sì, è questa l’unica strada per andare a sfidare, probabilmente, il Cittadella tra il 23 e il 27 maggio. Vincere, anche per 1-0. Ma era il caso di mettersi nelle condizioni di avere solamente un risultato, nel match di ritorno? Il Lecce, lo ha dimostrato, non è una squadra che sa gestire. Quando prova a gestire, matematicamente subisce. L’unico modo di gestire, per i giallorossi, è attaccare. E ieri, deliberatamente o no, non lo ha mai fatto con efficacia. Mancava la forza nelle gambe? Corini ha speso tre cambi su cinque, il primo dei quali dopo oltre un’ora di non gioco e di sofferenza. Listkowski, Paganini, Tachtsidis, sono state le tre spendibili armi a disposizione per cercare di invertire la rotta, non usate. 

MANGIARSI L’ERBA – Per fortuna, tra 48 ore si gioca di nuovo. Ma servirà un Lecce nuovo. Che abbia il sangue agli occhi e la voglia di aggredire l’avversario, di mangiarselo sportivamente, di giocarsi appieno questa carta per approdare in A dalla porta di scorta. Tutto ciò che, ieri – ma anche nell’ultima striscia della stagione regolare – non si è visto. Compito di Corini sarà anche quello di tastare il polso alla squadra e di provocarne una reazione sportiva sul campo, con tutti i mezzi possibili. Perché, a Venezia, ieri, il Lecce non è mai sceso in campo e certi treni passano una sola volta.

“Chi non combatte, ha già perso”, scriveva la Nord, in uno striscione, alla vigilia del match di Venezia. Appunto