LECCE – Che il pareggio serva veramente da lezione! Preoccupano, e non poco, tante cose…
“Questo pareggio ci serva da lezione”, ha detto mister Marco Baroni, ieri sera, dopo il 2-2 tirato per i capelli a Cosenza. Ma magari, servisse da lezione!
I numeri, da febbraio a oggi, parlano di sole tre vittorie e sei pareggi nelle dieci gare sin qui disputate. Una sola sconfitta, in casa col Cittadella.
Mettendo da parte la partita persa contro il Cittadella, il Lecce ha perso dei punti pesantissimi contro Como, Alessandria, Perugia e Cosenza, portando a casa solo quattro pareggi. Dopo il pareggio col Lecce, il Como incassato undici punti sui 27 disponibili, poco più di uno su tre. L’Alessandria, addirittura, solo due su 21. Il Perugia, sabato scorso, ha vinto 0-1 a Reggio Calabria e oggi affronta la Spal. Il Cosenza, compreso il 2-2 col Lecce di ieri, ha vinto una sola partita nelle ultime 19. Perugia a parte, ecco che i numeri dimostrano, ancora di più, quanto pesino i punti lasciati per strada nelle ultime gare.
I motivi di questo calo? Tanti. Si gioca ogni tre giorni da diverse settimane, ma questo vale per tutti. Gli infortuni: sì, certo, sono stati e sono tanti e pesanti in casa giallorossa. Bleve, Gabriel, la ricaduta di Tuia, Dermaku appena rientrato e non ancora in condizione, Di Mariano, assente da cinque partite; Faragò, assente da otto. E così via.
Ad oggi, gli acquisti invernali non stanno facendo la differenza. Plizzari, tra Brescia e ieri, ha fatto rimpiangere, e non poco, Gabriel, ma anche Bleve; Simic, dopo i convincenti spezzoni giocati prima di Cosenza, al San Vito è andato in bambola. Faragò ha giocato solo due gare da titolare prima di fermarsi. Ragusa non ha ancora dimostrato tutto il suo valore. Asencio, infine: due spezzoni di presenza dopo una lunga fase di ricondizionamento.
Gli innesti invernali sarebbero serviti per dare respiro ai titolari e a fornire delle valide alternative al tecnico. Ma, sinora, non hanno portato i frutti sperati.
Mancano otto partite alla fine e il Lecce, prima delle gare del pomeriggio, è capoclassifica a pari merito col Pisa. Questi sono fatti. La corsa per la promozione diretta è ancora apertissima, sebbene non sembri priva di difficoltà. Ma questo è il bello della Serie B.
Ciò che preoccupa è l’aver visto la squadra sciogliersi, spegnersi, dopo il rigore fallito da Coda e i gol presi nel giro di dieci minuti, a cavallo dei due tempi. Come se fossero mancate, di colpo, le forze. Come se, mentalmente, i giallorossi si fossero bloccati di colpo davanti alla prospettiva di perdere una partita assurda contro una formazione decisamente meno forte del Lecce. Quello che preoccupa è vedere lo sterile palleggio tra le linee, la pochezza di idee e la di lucidità in certi frangenti. Lo scarso agonismo in campo, se si eccettuano, forse, due o tre elementi. Come se non si capisse l’importanza di una gara da vincere a tutti i costi. Nei fatti, sono pochi i calciatori che hanno esperienza di alta classifica e/o che sappiano cosa vuol dire “gara da vincere in tutti i modi possibili”. Gabriel, Coda, Lucioni, Tuia, Di Mariano a parte, tutti gli altri sono alle prime esperienze in questo senso. Ecco perché la spinta motivazionale deve arrivare proprio dai big: c’è necessità di cattiveria agonistica, di furore, di “sangue agli occhi”, come si suol dire. Sono loro a dover prendere per le orecchie i compagni che giocano con sufficienza, con eccessivo leziosismo, che fanno accademia quando si sta vincendo di solo un gol. Questo manca: qualcuno che alzi la voce in campo, che strigli chi pensa che tutto gli è dovuto sol perché si veste la maglia di una squadra candidata alla promozione diretta o chi sottovaluta colpevolmente la grinta dell’avversario, impelagato per la lotta per la salvezza.
Una squadra che abbia ben presente l’obiettivo e che giochi con umiltà, impegno per tutti i 95 minuti, che lasci tutte le energie disponibili sul campo. Che sia aggressiva e pratica, che tiri in porta senza volerci entrare con tutto il pallone, che verticalizzi più spesso dando un taglio netto ai passaggetti senza senso, che hanno, come unico effetto, quello di incrementare le statistiche del possesso palla a fine partita; servono uomini che mirino al bene della squadra e non alla singola giocata personale; che sappiano crossare con efficacia, magari alzando preventivamente la testa per guardare il posizionamento del compagno, e che non la gettino in mezzo così, tanto per; che battano dei calci d’angolo o dei calci piazzati, come Dio comanda. Una squadra che riparta dal basso non come stile di vita, ma che lo faccia quando si può e in massima sicurezza. Altrimenti, una bella spazzata di pallone in tribuna e pace per tutti. Al limite, si regala un fallo laterale all’avversario e non un gol. Chiediamo troppo?
(foto: Coribello/SalentoSport)
