NARDÒ – Che senso ha tutto questo?
C’era una volta… il Nardò. “C’era una volta”, come negli incipit delle fiabe. C’era una volta perché ora non c’è più. In qualsivoglia categoria, nelle annate buie o felici, con questo o quel presidente, il Nardò è sempre stato il Nardò. Dal 1925 un club orgoglioso e rispettato. Una squadra che rappresenta, o meglio, rappresentava il bene più prezioso di una città per il resto immobile ed inerme dinanzi alla propria vecchiaia.
“Lu Toru”, unica passione condivisa da quegli oltre 30mila abitanti che rendono Nardò il centro territorialmente più esteso e popolato della provincia dopo Lecce. Di quel Toro ora resta poco, pochissimo, quasi niente. Anzi: proprio niente. E non si parla di dirigenti, calciatori o tifosi. Qui si parla di onore, dignità, orgoglio. Parole tristemente estinte nel vocabolario calcistico neretino.
Qui non interessano le malefatte societarie, dalle cui radici nascono le recenti disgrazie del club. Non sarebbe il posto adatto in cui approfondire la questione, che meriterebbe, più che un semplice articolo, un intero romanzo. Però è innegabile che tutto nasca da lì: dalle gestioni societarie scellerate ai passaggi di proprietà oscuri, da un presidente che nessuno ha mai visto fino ad una Amministrazione comunale presente/assente ad intermittenza. Un po’ come le luci di Natale, per rendere l’idea.
Intanto succede che le rose dei recenti anni siano state costruite e poi sfasciate con la stessa intermittenza delle luci di Natale di cui prima. La rosa attuale, composta perlopiù dai ragazzini della juniores, ha un’età media di 18 anni e mezza. A loro tanto di cappello, non fosse per il fatto che ci mettono la faccia al posto di chi, di fatto, ha realmente colpe. Impavidi ragazzini gettati al macello (per giunta in due campionati contemporaneamente, sigh!), con qualcuno che vanta anche la presunzione di far loro piacere. Come se ai ragazzi piacesse incassare cinque o sette sberle a partita dall’avversario di turno.
Sì, perché il Nardò (lo stesso club una volta orgoglioso e rispettato) ora le partite le perde cinque o sette a zero (a parte uno straordinario e quantomai estemporaneo miracolo riuscito col Bisceglie). Bottino che potrebbe essere ben più ampio, non nascondiamocelo, se gli avversari non avessero quel pizzico di misericordia e la razionale lucidità per accorgersi che, quegli impavidi ragazzi, non hanno mica colpe se si son ritrovati a disputare un campionato, quantomai competitivo, com’è la Serie D.
Ed è così che la gloriosa maglia granata ha subito una svalutazione: non fa paura a nessuno. Anzi fa pena, finanche ridere. Perfino gli innamorati tifosi hanno scelto di abbandonare le sorti della squadra. Loro, sempre presenti, hanno avuto il coraggio di dire basta. Una scelta che, giusta o sbagliata che sia, va rispettata. Perché è rispetto ciò che meritano coloro che per decenni hanno orgogliosamente sventolato il bandierone granata in giro per mezza Italia. Rispetto e chiarezza.
Non c’è un progetto e non si dispongono delle necessarie risorse economiche. Basterebbe dirlo, no? Non è mica colpa di nessuno se ci ritroviamo in una situazione economica che è quella che è. Invece no, si va avanti. Si tenta di salvare il salvabile. Che poi quale sarebbe questo “salvabile”. La squadra? È già stata smantellata. La categoria? Con quella penalizzazione la salvezza è un miraggio (e ci augureremmo felicemente di essere smentiti). La dignità? È solo un ricordo dei tempi andati. Già, i tempi andati. Quando il Nardò accendeva i cuori della gente. Quando “lu Toru” era un club orgoglioso, rispettato. E la domanda resta sempre come da titolo: che senso ha tutto questo?
