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IL CORSIVO – Quanto costa un’opinione?

Quanto costa la libertà di opinione? All’Unione Sportiva Lecce, l’opinione dei suoi tifosi costerà diecimila euro di multa. Il Giudice sportivo competente per la Lega Pro ha punito con una sanzione di cento banconote verdi lo striscione esposto dalla Curva Nord domenica pomeriggio, mentre sul rinnovato prato di Via del Mare il Lecce soffriva e poi gioiva contro la Reggiana.

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Senza entrare nel merito del messaggio veicolato dal gruppo storico della tifoseria giallorossa (“Speziale innocente, adesso diffidateci tutti”) e analizzando prima il provvedimento di Daspo emesso dal questore di Catanzaro verso il calciatore del Cosenza Pietro Arcidiacono (tre anni), poi quello del Giudice sportivo verso lo stesso atleta (squalifica di otto mesi), poi verso l’Us Lecce, “oggettivamente responsabile” degli striscioni esposti dai propri tifosi, si nota qualcosa di strano. Innanzitutto sulla natura del dispositivo. Può un calciatore essere sottoposto ad una misura preventiva (qual è il Daspo) e beccarsi otto mesi di squalifica dal Giudice sportivo per aver dichiarato all’Italia intera che secondo lui, il suo amico Speziale – appena condannato in via definitiva a otto anni per omicidio preterintenzionale di un poliziotto – era innocente? E se sulla maglietta ci fosse stato scritto “Gargamella mi stai sulle scatole” ci sarebbe stata qualche differenza sostanziale? E poi: un Daspo ad un calciatore che fa del calcio la sua principale fonte di sostentamento, è una misura preventiva, come dovrebbe essere per legge? O punitiva?

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Un’opinione rimane tale sia se si parli di una tragedia, sia che si parli del sosia di Bersani. Purchè non sia lesiva d’interessi altrui. Poi, si può aprire un discorso sull’opportunità – o meno – di un’opinione, sulla sua fondatezza, sul ragionamento logico che sta alla base, sui modi, luoghi e tempi usati per manifestarla. Ma il principio resta sempre tale: ognuno si assume le sue responsabilità, sia che dica una cazzata, sia che dica la verità. In questo caso, Arcidiacono è stato punito per aver espresso una semplice (forse profondamente sbagliata, secondo la sentenza della magistratura che andrebbe sempre rispettata) opinione.

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Nel caso di specie, dichiarare “X, a mio avviso, è innocente” può essere lesivo d’interessi di terze persone? Può essere, al massimo, considerata una dichiarazione fuori luogo, a titolo personale, dettata dall’amicizia che lega i due soggetti in questione. Non ci sembra che il calciatore abbia reso pubblica una dichiarazione soggetta a pene di varia natura. Ovvio e naturale che la famiglia del povero ispettore Raciti si sia risentita. La ferita è ancora aperta, niente e nessuno potrà mai cancellare la perdita, tragica, di un proprio caro, intento a svolgere il suo servizio.

Nel caso dello striscione esposto domenica al Via del Mare, la responsabilità è, però, caduta sulle casse sociali giallorosse. Danno e beffa. In altre categorie (Serie A), altri striscioni di stesso stampo, però, non sono stati sanzionati. (In)giustizia ad personam?

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D’altronde, cosa pretendere da uno Stato che per anni lascia avvelenare un’intera comunità girandosi dall’altro lato per non vedere ciò che stava succedendo? In Italia, una repubblica fondata sui poteri forti e sull’improvvisazione, può succedere anche questo: che uno striscione venga punito, un calciatore allontanato da tutti gli stadi, che una società sportiva debba pagare per un’opinione non sua, che un’azienda inquini liberamente una città come Taranto senza che nessuno ne sappia il perché. O meglio, sapendolo bene, ma tacendo in nome della dea Mazzetta. That’s all, folks.