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IL CORSIVO – Playoff Lega Pro, un regolamento discutibile e tutto da rivedere

Tre squadre del girone B e una del girone A. Assenza, pesante, di qualsiasi rappresentante del girone C, quello – a detta di tutti gli osservatori – più duro e difficile da giocarsi. Questo è il dato che emerge dal quadro designato per le semifinali playoff Lega Pro. Una sola ne uscirà vincitrice al termine di un secondo mini campionato lungo come una Quaresima e disegnato con criteri alquanto discutibili.

Come quello di far partecipare ai playoff tutte le squadre comprese tra il secondo e il decimo posto, ben 28 squadre, comprendendo anche la finalista di Coppa Italia Matera. Per assurdo, quindi, una squadra come il Renate, decimo a 27 punti dalla Cremonese nel girone A, o come il Bassano Virtus, decimo a ben 29 punti dal Venezia nel girone B, come il Fondi, decimo a 36 punti (sic!) o il Catania, undicesimo a 38 punti (sic!) dal Foggia, vincitore del girone C, sulla carta potevano essere promosse in Serie B. Allora, a questo punto, a che serve la stagione regolare? A che serve coinvolgere negli spareggi promozione squadre che sono più vicine alla zona salvezza, che alla zona promozione? Risposta semplice. Più soldi. Più partite. Più incassi, diritti televisivi, diritti vari. 

Ci piacerebbe, inoltre, capire la ratio di questa formula “mista” che, in caso di parità, nello stesso mini torneo, una volta premia la squadra miglior classificata (prima e seconda fase in gara unica), una volta rimanda tutto a tempi supplementari e rigori (quarti in doppia gara, semifinali e finali in gara unica). E poi: solo i quarti di finale in doppia sfida. Tutto il resto in gara unica. A complicare, ancora di più, il minestrone. 

Ci piacerebbe, inoltre, capire, perchè il principio della miglior classifica vale solo nella prima e seconda fase. Non è valso, per esempio, nei quarti di finale che sono stati disegnati con il sorteggio puro e semplice. Erano presenti il Parma (secondo nel girone B, 2B), la Lucchese (9A), il Lecce (2C), l’Alessandria (2A), il Pordenone (3B), il Cosenza (7C), il Livorno (3A) e la Reggiana (5B). Tre seconde classificate, due terze, una quinta, una settima e una nona. Qui la miglior classifica non conta più. Sarebbe stato troppo equo accoppiare le tre migliori seconde e la miglior terza alle restanti formazioni, secondo una graduatoria di merito basata su quello che hanno fatto in campionato? Un tabellone disegnato in stile tennis, con la designazione delle teste di serie già nelle prime fasi, sarebbe stata un’idea troppo difficile da realizzarsi? Non crediamo. Così come non crediamo che una siffatta impostazione del regolamento playoff sia stata casuale.

Affidandosi al sorteggio integrale, i vantaggi di aver condotto un campionato da vertice, svaniscono. Com’è stato, per esempio, per il Lecce, sfortunato nell’aver pescato una “collega”, seconda in un altro girone. Come non lo è stato, per esempio, il Parma che è stato accoppiato ad una nona classificata. 

Un torneo che dura oltre un mese (14 maggio-17 giugno), nemmeno fossero i Mondiali o gli Europei, e che, nella fase caldissima del suo svolgimento, quella delle semifinali, concede un giorno di riposo in più a chi uscirà vincitore dalla semifinale A (Parma-Pordenone, 13 giugno), rispetto al vincitore della semifinale B (Alessandria-Reggiana, 14 giugno). Si dirà: anche nelle semifinali Mondiali o Europei funziona così. Sì, vero. Ma in quelle manifestazioni, il regolamento è uniforme in tutto il suo svolgimento e non muta a seconda delle diverse fasi. E il tabellone è già disegnato, sin dall’inizio

I playoff si confermano un campionato a parte, in cui le squadre ci arrivano in riserva fissa, dopo aver giocato una stagione intera per costruirsi una classifica il cui valore, alla fine, conta relativamente. In cui una sola, su ben ventotto squadre, viene promossa. Una percentuale bassissima, da terno al lotto. Rivedere la formula dei playoff del prossimo anno, forse, sarebbe la prima priorità da affrontare per i vertici della Lega Pro. Anzi, della Serie CPurché il semplice cambio di denominazione non sia l’applicazione del principio gattopardesco del cambiare tutto affinché non cambi nulla