IL CORSIVO – Lecce, la giornata perfetta
(Consigliamo di leggere questo post con un sottofondo a scelta tra “Una giornata perfetta” di Vinicio Capossela o “A perfect day” di Lou Reed.)
Il sogno di ogni tifoso giallorosso. Vincere un derby. Meglio se vincerlo al San Nicola di Bari. Meglio ancora se ci si gioca qualcosa d’importante. Vincerlo con un avversario già retrocesso e dopo una settimana di pressioni psicologiche, è già qualcosa di maestoso. Vincerlo alla maniera del Lecce, concentrato, fortunato e spietato, e sventolare in faccia ai cugini retrocessi una salvezza giusta come una sentenza di Salomone (non il giornalista) ti consegna alla storia.
Salvezza ottenuta sul campo, sudata punto per punto. Dalla figuraccia di San Siro sino al triplice fischio del San Nicola è successo di tutto e di più. Sofferta sino all’ultimo, com’è costume del Lecce. Arrivata in massima serie quasi per caso – o, meglio, in anticipo sui programmi, come disse qualche dirigente – la squadra di De Canio potrà calcare anche l’anno prossimo i più prestigiosi palcoscenici della serie A. È il frutto del lavoro maniacale di un allenatore serio e competente, che ha condotto alla salvezza la peggiore difesa della serie A ed al quale non si è risparmiata qualche ingiusta frecciata (Il “De Canio abbande” visto dopo il derby di andata, davvero fuori luogo).
Questa salvezza porta i volti di Rosati, bucato 62 volte ma spesso decisivo. È il frutto della sofferenza di Gustavo, Ferrario e Fabiano, che là in mezzo hanno rischiato più volte la labirintite. Delle discese di Mesbah, pendolo di sinistra. Dell’ordine tattico di Tomovic, vero jolly di gennaio. Delle maglie sudate di Giacomazzi e Vives, dell’estro dell’astro Bertolacci, delle incursioni di Munari. Della classe di Olivera, della caparbietà di Corvia, della sfortuna di Ofere. Ed infine, delle cinque zampate di Jeda, dell’anarchia di Chevanton, del valore aggiunto di Di Michele.
Se ne sono viste di tutti i colori quest’anno. Dalle dimissioni dell’allenatore, respinte a fatica da Semeraro nel post-Cagliari, al caso Diamoutene, a cui si è rimproverato un passato a 150km più a Nord. Dalla follia di Cheva contro la Sampdoria, alla protesta, giusta, dei tifosi della Nord contro la tessera del tifoso (illuminante, a tal proposito, il servizio realizzato da Report domenica scorsa). Poi, l’assurda decisione, revocata, di giocare il derby d’andata a porte chiuse.
Il carbone nella calza firmata Okaka, poi l’exploit contro la Lazio, che diede il via ad una striscia positiva chiusa con l’urlo di Chevanton al Tardini, a tempo ormai scaduto. Il doppio crollo con le siciliane, la Vecchia Signora al tappeto del Via del Mare. Poi, di nuovo il baratro, tre sconfitte di fila, seppur non meritando 0 punti nello score. Nel mezzo, tanti, troppi punti lasciati per strada nelle ultime battute di gara. Ma la gioia di aver sbarrato la strada a Inter, Juventus e Milan nel proprio fortino.
Il rush finale: i sei punti contro Udinese e Sampdoria, un urlo di Corvia allo scadere della sfida al Cagliari. Il black-out di Marassi e Bentegodi, poi il traguardo, cercato e tagliato con l’ostinazione di un toro che vede rosso: Cheva che rischiara il cupo cielo del Via del Mare contro il Napoli, quindi l’apoteosi del San Nicola. Con un autogol del barese Masiello e il piedino fatato di Fabrizio Miccoli a dare una grossa mano per affossare la Sampdoria. Segnarsi in rosso la data e l’ora: 15 maggio 2011, ore 16.50 circa: si è scritta una delle pagine più belle della storia giallorossa.
Poco o nulla, ovviamente, conta la gara di domenica contro la Lazio, se non ad eguagliare, con un’eventuale vittoria, il record di punti di Zeman (44, annata di gloria 2004-05). Lo sguardo è già puntato all’anno che verrà. Il Lecce ha raggiunto l’obiettivo, la società promette un budget più consono ad una squadra che vuole piantare radici nel gotha del pallone italiano. Il tempo, adesso, c’è. Al lavoro, allora. Il Salento, nonostante tutto, ha ancora fame di calcio e di Lecce.
Sarebbe bello se tornassero i cori e i colori al Via del Mare. Come i gloriosi tempi che furono, quando pallone non significava diritti tv, Spa e merchandising ma era solo la sfera sporca di fango. E quando le gole dei tifosi bruciavano a fine gara.
