TRANI – “AP7” Picci, quello che Cristiano Ronaldo levate proprio: “Vincerò la classifica cannonieri, l’Italia fa il tifo per me”

Il bomber del Trani si racconta, in esclusiva per SalentoSport: "Stiamo facendo un miracolo, ma il nostro obiettivo resta la salvezza. Brescia, una favola che si è realizzata dopo la splendida stagione a Martina". Sul futuro...

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Foto: A.G. Picci (@S. Porcelli)

Antonio Giulio Picci è l’evoluzione del calciatore 2.0: metà attaccante e metà showman. Perfettamente a suo agio nei salotti dell’intrattenimento televisivo come nei campi da calcio. Il suo gol in rovesciata al Gallipoli, che Cristiano Ronaldo levati proprio, e una famosa intervista, diventata subito virale, in cui presentava al mondo intero sua madre, gli hanno fruttato ospitate televisive e tanto clamore mediatico. Ma AP7 è soprattutto quello dei 167 gol in carriera. Quello dei gol importanti. Perché per lui il gol è una mission. Lo sanno bene a Trani: le sue reti stanno trascinando la squadra verso orizzonti inimmaginabili alla vigilia.

Eppure, il bomber barese continua a parlare di salvezza. “Sono una persona sincera – sottolinea Picci -. “E dico sempre quello che penso. Quando dico che il nostro obiettivo è la salvezza è perché è realmente così. Nel corso della mia carriera ho avuto la fortuna di vincere dei campionati e in alcuni casi mi ero sbilanciato fin da subito nel dire che avevamo tutte le carte in regola per farlo. Per quanto fatto finora qui a Trani, possiamo parlare di miracolo. Abbiamo delle difficoltà logistiche, legate soprattutto al campo. Molti dei miei compagni sono degli esordienti in questa categoria. Certo, sognare non costa nulla, ma ho troppa esperienza per non rendermi conto di quali sono i nostri veri obiettivi”.

Il presente racconta di un quinto posto, a -5 dalla corazzata Corato. Senza la penalizzazione di tre punti, il distacco sarebbe ancora più contenuto. Dietro a ogni miracolo sportivo, ci sono sempre delle grandi persone. “Il merito grandissimo va al gruppo – osserva Picci -. “Abbiamo una fortissima unione d’intenti, tra di noi e con la piazza. I tifosi ci seguono e ci incoraggiano. Peccato per quella frangia della tifoseria che è in contestazione nei confronti dell’attuale presidenza”.

E come un sapiente padre di famiglia, Picci usa il bastone e la carota con quelli che lui chiama “i miei ragazzi”. “Cerco di spronarli ogni giorno, rimproverandoli quando serve. Li amo soprattutto quando sbagliano, perché sono giovani e vanno capiti e aiutati. Li ammiro molto perché mi ascoltano, in particolare quando li ammonisco che bisogna lasciare tutto sul campo. Guai a chi me li tocca”. E una gran bella prova i suoi ragazzi l’hanno fornita sul campo della capolista domenica scorsa. “Una squadra che si permette il lusso di lasciare in panchina due giocatori come D’Arcante e Leonetti, vuol dire che ha una rosa super competitiva. Il Corato è la società che ha speso di più ed è la favorita per la vittoria del campionato. I due gol che ci hanno segnato erano uno in netto fuorigioco e l’altro è arrivato su una nostra ingenuità. Peccato, perché se fossimo pervenuti all’intervallo sull’1-1, per loro sarebbero stati problemi nella ripresa”.

Una sorta di test di maturità quello di Corato per il Trani. “Per noi ha rappresentato una prova del nove, per vedere se riuscivamo a reggere l’urto. Devo dire che ci siamo riusciti molto bene. Ma martedì ho parlato con la squadra, esprimendo il mio rammarico perché possiamo fare di più. Non ci dobbiamo sentire appagati dai titoli dei giornali”. E domani, sul neutro di Terlizzi, arriva il Vieste. Guai a sottovalutare l’avversario. “È una delle partite più brutte e difficili da affrontare. Sarà una gara complicata”. Il gol del momentaneo pareggio contro il Corato, manco a dirlo, porta la sua firma. Delle quindici marcature complessive della squadra, dieci sono del trentaquattrenne attaccante. Quasi tutte decisive. Il Trani rischia di diventare Picci-dipendente. “Io sono solo il finalizzatore. Il merito è della squadra che mi valorizza e che è brava a difendere le tante vittorie di misura”. Dopo undici giornate AP7 è il capocannoniere del torneo, in coabitazione con Matteo Triggiani. Dietro scalpita uno stuolo di grandi attaccanti. Una bella lotta. L’ex Bitonto mette in guardia. “Voglio avvisare tutti: sarò io a vincere il titolo cannonieri. Tutta l’Italia fa il tifo per me”. E ride. Autoironia, ma soprattutto tanta consapevolezza. D’altra parte l’ha detto lui stesso. “Ho dimostrato di essere il più forte e penso che non ci sono dubbi su questo”. Roba da far impallidire Ibrahimovic. “Hanno detto che sono presuntuoso. In un certo senso è vero, perché per me presuntuoso è colui che va carico a molle sul campo, con grande cattiveria agonistica, conscio di avere di fronte un avversario che può metterlo in difficoltà e dunque nel massimo rispetto e con la massima considerazione dell’avversario stesso”. Un carattere che si accende e che accende le tifoserie. Di cui resta idolo, anche dopo essersene andato. Come a Brescia, dove ancora in tanti vanno allo stadio con la sua maglia. “Brescia è stata la favola che si è realizzata dopo la straordinaria stagione a Martina. Avevo davanti a me tanti campioni. Pensavo che non avrei fatto neanche un minuto e invece ho collezionato tante presenze e anche due gol. Entravo in amichevole e segnavo. Quando i tifosi percepiscono l’impegno e lo spirito di abnegazione che ci metti ti ameranno per sempre”. A differenza degli allenatori, con cui non sempre ha avuto rapporti idilliaci. “Non sono un ruffiano. Ho sempre parlato chiaro con i mister che ho avuto. Ci sono stati casi in cui ho persino rifiutato la panchina. Per me conta soprattutto il fattore umano. Preferisco un allenatore scarso ma valido come persona. Se mi sai prendere ti do anche l’anima, in caso contrario sono capace di arrivare allo scontro”.

La Serie B raggiunta forse troppo tardi, a ventisette anni, poi il ritorno nell’inferno dei dilettanti. Crede di essere in credito con il destino? “Nì. Se non sono rimasto nel calcio che conta è sicuramente per demerito mio, per colpa di scelte non propriamente felici. Penso che il treno mancato sia stato quando dalla Primavera del Bari sono stato mandato in prestito in Serie C, anziché essere valorizzato in prima squadra”. Una voglia rimasta ancora intatta a 34 anni. La stessa fame di gol. L’esultanza incontenibile dopo ogni gol. E pensare che tre mesi fa “non mi voleva manco mia madre a casa”. Adesso se lo contendono tutti, Tv, social media e non facciamo fatica a pensare che tanti operatori di mercato abbiano nel frattempo bussato alla sua porta. In attesa di sapere se lo rivedremo sul piccolo schermo, magari nei panni della “Iena”, lui ha le idee molto chiare per il futuro, quando appenderà le scarpette al chiodo. “Dedicherò tanto tempo a Giulia e Nicolas, i miei figli, che sono la mia vita. Rappresentano la gioia più grande, più di un gol in Champions League. Sogno di essere un grande papà. Ovviamente non escludo di rimanere nel calcio. Ho motivazioni e competenze all’altezza di questo mondo”.

Fonte: Youtube/TeleSveva

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