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foto: M. Giampaolo
ph: Coribello/SalentoSport

LECCE – Ritrovare le distanze difensive e offensive e soprattutto rabbia: serve la bava alla bocca

A cinque gare dal termine il Lecce è ancora lì, a giocarsi qualcosa di storico e con la testolina leggermente fuori il pelo dell’acqua quanto basterebbe per non annegare. I problemi, oggettivi ed inconfutabili, sono due e non risiedono tanto nella posizione in sé (e basta, basta e ancora basta nel descrivere la tifoseria come coacervo di persone con la puzza sotto al naso che hanno la presunzione di volersi salvare in carrozza, come se aspirare a tanto in una lotta salvezza di bassissimo livello fosse un peccato), quanto nel modo in cui si arriva alla fase clou e nella consapevolezza che situazioni di calendario più alla portata sono state sprecate. E cosa impone il raziocinio quando ci si trova in una situazione di completa difficoltà? Disperarsi? Attaccarsi? Sparlare? Battibeccare? Giocare a scarica barile? Diventare permalosi? Trovare capri espiatori? Girarla in caciara? No. Analisi della situazione, cercare di capire cosa non va e porvi rimedio.

Partiamo da un presupposto senza il quale è davvero difficile trovare il bandolo della matassa: la rosa del Lecce 2024/25, lo abbiamo ribadito più volte in questi mesi, non è tecnicamente adeguata alla Serie A. E questo non vuol dire che non può lottare per mantenerla, né vuol dire che non possa salvarsi. Anzi, chi scrive crede che retrocedere quest’anno, in un campionato in cui vi sono tre compagini di bassissima caratura qualitativa ed altrettante assolutamente abbordabili, sarebbe veramente un grosso spreco dell’occasione di scrivere la storia di questo club. La consapevolezza dei propri grossi limiti serve però per due cose, che non hanno nulla a che vedere con lo sfogare le proprie frustrazioni figlie del dolore che si prova nel vedere la propria squadra del cuore presa a schiaffi da due mesi e mezzo senza quasi batter colpo. Né servono a gettare benzina sul fuoco nella più infima tra le guerre, quella tra pro società a prescindere (sì, vi è gente convinta che non si possa criticare un progetto solo perché questo sia lodevole, e lo è. Beh ho una notizia per voi: anche il migliore dei progetti diventa tale in quanto risultato di miglioramenti in itinere in un contesto di disamine costruttive) e contro società a prescindere. La consapevolezza serve a calarsi in una dimensione nuova e più adeguata alla battaglia che si vuole affrontare, al miracolo che si vuole tentare. Serve a comprendere che, da qui a fine maggio, tutto dipenderà da Marco Giampaolo, visto che la rosa non può più essere cambiata, e serve allo stesso tecnico a capire che la strada percorsa fino ad oggi non sia quella giusta adesso.

Il Lecce (questo Lecce) non è squadra che può cercare il gioco, la costruzione dal basso, lo sviluppo della manovra, il possesso palla gagliardo e di personalità. E’ stato lodevole provarci da parte di mister Giampaolo ed in alcuni casi, quando gli avversari erano meno “informati”, le gambe non tremavano ed i punti erano più leggeri, ci è anche riuscito. Mister Giampaolo, grande teorico giustamente stimato da ogni singolo collega. Ma poi c’è la pratica e questa dice che sabato, con calcio d’angolo a favore del Lecce, Veiga, Coulibaly e Falcone hanno avuto una difficoltà immane a stoppare e girare il pallone con efficacia, precisione e velocità per il più semplice dei cambi di fronte a liberare Gallo e Morente, solissimi sulla sinistra. Senza pressing, eppure con una goffaggine tale da permettere al Como, come spesso avvenuto, di risistemarsi senza patemi e tenere a bada l’altrui offensiva.

Basta. Il Lecce adesso ha bisogno di altro, ha bisogno di ripartire dalle basi. Ha bisogno di ritrovare le distanze difensive (il primo gol di Diao, costruito in modo elementare dal Como senza che Fabregas abbia avuto bisogno di far diventare i lariani la Spagna del 2012, dice tutto) ed anche offensive (il modo in cui la squadra non riempiva l’area di rigore avversaria sullo 0-1 nella ripresa fa veramente paura). Ha bisogno non delle scodellate che solo Helgason e Berisha – due che quest’anno non potevano certo trascinare 10 mesi la squadra – hanno nelle corde, né dei tiri da 40 metri di Krstovic o di Gaspar e Baschirotto versione Stones e Gvardiol. Ha bisogno della bava alla bocca, di fare entrare il pallone in porta anche con le mani ed allo stesso modo di toglierlo (se al 96′ è meglio, Frederic). Ha bisogna che l’esperienza di Giampaolo, l’unico che può salvare questo Lecce, si traduca in un modo diverso di quanto fatto finora. Che si traduca in modo rabbioso.

La stessa rabbia con la quale il mister ha sbattuto la mano sulla scrivania della sala stampa dopo Lecce-Venezia, evidentemente infastidito da fischi che erano quelli di un popolo innamorato ed insoddisfatto per qualcosa di più grande di una singola prestazione (peraltro di per sé neppure troppo deludente), e sarebbe anche giusto che qualcuno a lui vicino glielo spiegasse. Il popolo salentino, imperfetto né più né meno di chi lo rappresenta, di certo non lo è in termini di generosità verso ciò che gli dà benzina vitale, come il radicamento ai propri colori. In un modo o nell’altro, questa squadra deve tornare a rappresentarlo a dovere. Di fronte non c’è il Brasile del Quadrato Magico. Non c’è il Real di Di Stefano. Non c’è lo United di Best e Bobby Charlton. Non c’è l’Argentina di Maradona. Non c’è il Barça di Pep. Quindi basta con l’idea dell’altrui qualità come alibi. E più testa sul “troviamo un altro modo”.

(Alessio Amato, calciolecce.it)