SOTTO I RIFLETTORI – Lecce, l’orgoglio (di alcuni) non muore al ‘Bentegodi’
Il Lecce passa la mano. Ma lo fa a testa alta. Retrocesso sul campo, meritatamente se si considera il periodo agosto-dicembre. Ingiustamente, numeri alla mano, nella gestione Cosmi. L’ultima al Bentegodi ha il sapore, amaro, dell’addio. Quelle emozioni, quelle immagini, quegli odori, quegli sguardi, quei suoni che ti rimarranno scolpiti per sempre nella memoria.
Il Chievo è lì. Fa la sua onesta partita. In scioltezza. Di Carlo dà spazio a qualche seconda linea. La compattezza della squadra non ne risente, se da un lato c’è Kamil Vacek che fa a fettine la mediana sinistra giallorossa e se davanti c’è ancora un vecchietto valdostano che non ha voglia di perdere nemmeno a Tressette col morto. La prima frazione scorre via a singhiozzo. Il Lecce è contratto, ha paura. Anche il Genoa è terreo a Marassi contro il Palermo. Ma il Lecce non lo sa. E ha lo svantaggio di dover rivoltare un macigno per provare a riafferrare la Serie A. La sorte non è benigna. Cuadrado zoppica dopo quattro minuti, poi ammaina la bandiera (come da una decina di partite a questa parte) e lascia il posto a Bertolacci. Poco prima, Sardo aveva saggiato i riflessi di Benassi, pronti come sempre.
Si gioca a ritmi bassi. Gara da fine stagione. Amatoriale, a tratti. Ma è il Lecce che dovrebbe accelerare. La birra, però, è finita da un pezzo. Nel finale di tempo, però, squillano i vecchietti. Prima su Di Michele, poi su Giacomazzi, Puggioni si esalta e si supera. E se corrono Di Michele e Giacomazzi, mentre qualcun altro (di molto più giovane) non lo fa… c’è qualcosa che non quadra.
A Marassi è ancora 0-0. A Verona, invece, riecheggia l’urlo incessante dei tifosi giallorossi. Continuo, imperterrito, strafottente. Il Chievo si ricorda che il suo mister ha chiesto una chiusura a quota 49. E allora ci prova ancora un volenteroso Vacek, con esiti censurabili. Poi, la notizia che si aspettava da un momento all’altro. Gilardino spariglia le carte, Genoa in vantaggio. Silenzio sugli spalti giallorossi? Macchè! Si canta più forte di prima. E chissenefrega se la terra sta sprofondando sotto i piedi del Lecce, in stile 2012. Di Michele fa suo il calore giallorosso. Se ne appropria, gli entra in circolo. E continua, ostinato, a tirare la carretta. Strafottendosene dei suoi 36 anni. Scatti, contro scatti, ripartenze, dialoghi stretti, tiri in porta. Il nonnino di Guidonia non ci sta. Insieme a Benassi, Carrozzieri, Brivio, Blasi. In parte Obodo. Sono loro quelli che non ci stanno. Che vogliono uscire comunque a testa alta dal Bentegodi.
Le brutte notizie, si sa, non vengono mai sole. E nel segmento compreso tra il 70’ e l’81’, ne arrivano quattro – cinque di quelle funeste per il Lecce. Prima il raddoppio del Genoa con Sculli, poi l’ingresso di Piatti che ringrazia Cosmi per la “fiducia” sparando una palla sull’Autostrada del Brennero. Poi Puggioni che dice ancora no a Di Michele. Poi l’infortunio di Di Matteo e il contemporaneo vantaggio clivense con Vacek. Poi il rosso a Carrozzieri. “Ich habe fertig”, direbbe il buon Trapattoni.
Si chiude il sipario. Spazio alle lacrime, alle mani nei capelli, agli applausi, agli occhi lucidi, alle recriminazioni, ai rimorsi. Ai silenzi. Come quelli di quell’omino con la coppola che ha stretto a doppio filo un legame inossidabile tra sé e la maglia giallorossa, il Lecce, il Salento intero. Checchè ne dica qualche anacronistico campanilista da tastiera.
