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IL CORSIVO – Da San Benedetto a Malonga… corri, Lecce, corri!

Ripartiamo dalla penultima in casa. La serata era di gala. O, almeno, lo si credeva. Soffiava una piacevole brezza di metà maggio e il fascino della Serie A, da conquistarsi in casa e sotto la calda luce dei riflettori accesi, colpì nel segno. Tanti tifosi leccesi, molti dei quali tifosi “in sonno” o tifosi improvvisati, o semplici curiosi – attratti dal biglietto fissato a pochi spiccioli – chiusero prima i negozi (si giocava venerdì 14 maggio, era il 2010, terzultima giornata) rinunciarono alla corsetta asciugapancia sul lungomare, o all’aperitivo di benvenuto al weekend e invasero il “Via del Mare”. Tanto che, lo zoccolo duro dei tifosi che per tutto il campionato seguì le sorti della sua squadra, ebbe più di qualcosa da ridire ai propri vicini di posto un po’ troppo estemporanei. Ma, tant’è.

Il Lecce di De Canio aveva in mano il proprio destino. Prima della 40ª giornata di campionato, i giallorossi guidavano la classifica della serie cadetta con 73 punti, a +7 dal Brescia e a +8 proprio dal Cesena. A tre gare dalla fine, quindi, bastava tenere a bada i romagnoli e l’esuberanza di Bisoli per festeggiare. Il guizzo di Munari dopo sette minuti lasciava intravedere la grande festa di fine partita e il carosello per le piazze e le strade di Lecce. Non fu così. La “longa manu” di Malonga azzittì il pubblico accorso in massa al Via del Mare, in soli due minuti. Dal 36 al 38 della ripresa. E la festa fu rimandata. Lecce rimase con l’abito da sposa, come la famigerata “zzita de Turre”. Ma il prete (o il marito) sull’altare non arrivò. Fu come se Natale, quell’anno, fosse stato posticipato a data da destinarsi. Con migliaia di “bambini” giallorossi in crisi di panico perché le renne di Babbo Natale avevano accusato uno stiramento muscolare ed erano in dubbio per la puntuale consegna dei doni. Per fortuna si trattò solo di attendere due settimane e alzare la Coppa “Ali della Vittoria” in faccia alla comparsa Sassuolo.

Di sfide pepate, Lecce e Cesena, ne hanno in carniere a quantità. A partire da quella atroce – per i giallorossi – di San Benedetto del Tronto ’87, passando per quella trionfale del “Manuzzi” ’97 con le reti di Francioso e Palmieri a coronare un’annata strepitosa. Fino all’amaro 1-1 della scorsa stagione, con le reti di Corvia e Bogdani (al 93′!) A Lecce, (mani ben in vista, please!) la tradizione è più che favorevole. L’unico neo risale proprio a quella sera di maggio del 2010. Ora, il Lecce non ha più tempo da perdere. Delvecchio ha messo in guardia i suoi, spegnendo i facili entusiasmi della vigilia e parlando di una probabile “partitaccia”, dettata dal probabile eccessivo tatticismo e dalla paura di perdere.

La cura Cosmi ha messo un tappo alla falla dei risultati negativi che si stava allargando nella gestione Di Francesco. Il Lecce, sotto la mano del perugino, ha perso solo cinque partite su 16, quattro delle quali contro quattro delle prime cinque in classifica. Se con Di Francesco allenatore, il Lecce aveva conquistato il 20% dei punti, Cosmi ha raddoppiato il bottino portandolo alle soglie del 40%. La via è quella giusta ma i troppi pareggi equivalgono a mezze – e forse più – sconfitte.

Occorre il bottino pieno, subito. Le altre non corrono, a differenza del cane Iron, e il Lecce ha il vantaggio psicologico di “vedere” le sue avversarie dirette nel rettilineo. Come un ciclista o un maratoneta che, a vista, controlla chi lo precede, a distanza di sicurezza. Cinque lunghezze dalla quartultima in nove giornate sono più che recuperabili. Ma occorre voltare pagina, Lecce. Corri e ferma quel treno. Fallo tornare indietro.