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LECCE – Risolvere le tante problematiche per giocarsela fino all’ultimo. Liverani a un bivio

Risorgere o affondare definitivamente. Non sono molte le alternative, ad oggi, per il Lecce di Fabio Liverani, che nonostante il mini-break pasquale non ha certo digerito l’amaro pareggio interno con il Siracusa che, giunto dopo le cocenti delusioni con Fidelis Andria e Casertana, ha fortemente compromesso le possibilità dei giallorossi di far proprio un campionato non già vinto, ma che avevano in pugno. In poche ore l’idillio salentino è svanito, e i tanti problemi che si sono sommati nelle precedenti settimane, almeno da inizio febbraio in poi, sono venuti a galla dall’interno del vaso, già colmo di gocce (soprattutto di paura di mancare un traguardo che era davvero a un passo), che è traboccato al fischio finale del signor Cipriani di sabato scorso.

Problematiche che, ora è impossibile negarlo (in realtà non sono mai state negate, bensì normalmente messe in secondo piano dall’ambiente unanime vista la classifica da sogno), ci sono eccome, e anche da prima di quanto si possa pensare. Tralasciando elementi fisiologici come qualche infortunio (Riccardi in primis, ma anche gli acciacchi di Di Matteo, Costa Ferreira e Armellino su tutti), il Lecce ha iniziato a zoppicare quando il suo essere squadra, alla basse della concretezza spietata che ne aveva caratterizzato il cammino sino a metà inverno, è iniziato a scricchiolare.  Hanno preso il sopravvento personalismi, protagonismi derivanti dall’essere convinti, magari anche solo inconsciamente, che tutto sarebbe stato troppo facile. Di Piazza e le sue ambigue (meno quelle della compagna) dichiarazioni su Instagram, Caturano e i suoi battibecchi con i tifosi, Cosenza e la sua insofferenza verso i mugugni derivanti dalle tante occasioni sprecate sono solo alcuni esempi, comunque secondari rispetto agli atteggiamenti di un tecnico le cui certezze hanno iniziato a vacillare. Liverani, giustamente osannato per quanto fatto in una tre quarti di campionato straordinaria, ha iniziato a “subire” la pesantezza di questi complimenti sbandando paurosamente nelle scelte, gestendo malissimo l’ampia rosa a disposizione e perdendo di fatto il filo di un gioco che nel 2018 si è visto in sprazzi troppo, troppo estemporanei dal momento che si sta parlando di una capolista, per lo più con un recente consistente vantaggio. Il tutto, nel complesso, ha fatto palesemente perdere alla squadra quel “sereno cinismo” che ne ha contraddistinto le gesta, gettandola nello sconforto di non riuscire più a far girare gli episodi a proprio vantaggio, elemento che contraddistingue le big (e i vincenti in generale) dalle “altre”.

La soluzione è, dunque, più semplice di quanto possa sembrare. Il Lecce, sulla carta, c’è, forte di una rosa nettamente superiore rispetto alle altre compagini del girone, escluse Catania e Trapani rispetto alle quali vanta comunque elementi più forti. Assodato che, dunque, non si tratta di avere a che fare con problemi tecnici né tattici (se si eccettua il fatto che con un Saraniti in più il modo di giocare dei giallorossi è diventato meno frizzante poiché più alla ricerca del colpo di testa della punta vecchio stampo), serve semplicemente, e urgentemente, tornare a essere squadra, ovvero dimenticarsi completamente dei malumori personali o del voler a tutti i costi “inventarsi la giocata”. E parliamo anche del tecnico, autore di un clamoroso episodio come quello con Armellino sostituito dopo mezz’ora di gioco da miglior in campo per non si sa quale dettame tattico non rispettato. Urgentemente, si diceva, perché il Lecce ha l’obbligo di infilare un poker di vittorie se vuole avere una speranza di sfruttare qualche altrui passo falso. Urgentemente perché, qualora un contro-miracolo non fosse possibile, ci sarebbero i playoff (sigh!) da disputare, e se si arrivasse così, non da squadra unita e concentrata, tanto varrebbe mandare in campo direttamente la Berretti, perché le possibilità sarebbero ridotte all’osso.