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LECCE – Zeman: “L’11° posto a Lecce vale due Scudetti”

«La vita del calciatore è facile: finisce di allenarsi e va su Facebook». E' il segno dei tempi che cambiano, tracciato dalle parole, come sempre distillate ed interessanti, di mister Zdenek Zeman, nell'intervista rilasciata a Sportweek, il magazine della Gazzetta dello Sport.

Il boemo ha parlato, tra l'altro, della sua nuova esperienza in quel di Pescara. Ma anche di calcio giocato, dei problemi che ancora lo affliggono, di affetti familiari, di Comunismo. Non manca un cenno all'esperienza in Salento, sulla panchina del Lecce. Un undicesimo posto finale che per Zeman vale più di uno Scudetto. Ecco alcuni stralci.

LOTTA CONTRO IL SISTEMA «Sono contento che la gente la pensi come me. Ho sempre dato la precedenza alle questioni che il Sistema tende a nascondere e sottovalutare. E per me la gente conta più del Sistema. Io non ho mai fatto battaglie in vita mia, ho solo cercato di difendere il calcio partendo dal presupposto che tutto è migliorabile. Il problema è che nel calcio entra gente che col calcio c’entra poco. Bisogna vedere se c’è la volontà di far meglio le cose. O se a chi comanda sta bene che vadano avanti in una certa maniera, pur sapendo che seguono la direzione sbagliata».

VITA FAMILIARE«Al cinema non ci vado da quarant'anni, da quando introdussero il divieto di fumo. A tavola? Preferisco una carbonara, o un'amatriciana e una cotoletta alla milanese. Rimpiango l'aver perso tante occasioni per stare vicino a mio padre. Quando morì, pensai: "E mo che faccio?"».

COMUNISMO«A Praga il Comunismo non è mai arrivato per davvero. Almeno fino a quando ci sono stato io. Sono sempre stato per la meritocrazia, e mi dava fastidio vedere che si andava avanti grazie a una tessera. Vedevo che andavano a scuola solo i ragazzi che portavano un fazzoletto rosso al collo. Io e mia sorella lo abbiamo messo quando non ne abbiamo più potuto fare a meno. Avevamo 16-17 anni e volevamo studiare. Poi, a 22 sono venuto via».

PANCHINA «Se avrei allenato il Milan? Non ho preclusioni se mi si fa fare il lavoro come dico io, anche se con Berlusconi sarebbe stato più difficile. I giovani di oggi? Sono cambiati rispetto a quelli di trent'anni fa. Prima si cominciava a giocare al calcio per il gusto di farlo, oggi solo per fare soldi. Mi piace lavorare con loro, oggi mi ascoltano più di prima anche se fanno una vita molto facile: finito l'allenamento vanno su Facebook».

SCUDETTO «Se mi manca il non averlo vinto? No, nel calcio non sempre vincono i migliori, quelli che giocano meglio. Il mio calcio non è superfluo anche se non ho vinto. Mai allenato una squadra che dichiarava di puntare allo Scudetto, neanche a Roma, dove pure ci sono andato vicino. E un undicesimo posto a Lecce equivale a due Scudetti. Se arrivo ultimo ma ho migliorato i miei giocatori, come allenatore ho vinto».