LECCE – Pasquale Bruno a SS: “Il vero calcio era quello di Lorusso. E che ingiustizia vedere Masiello in Serie A!”

Foto: Pasquale Bruno (@urbanpost.it)

Oltre ad essere uno dei tanti ottimi prodotti del settore giovanile giallorosso degli anni ’70 e ’80 e grande tifoso del Lecce, Pasquale Bruno è stato uno dei personaggi di spicco del calcio italiano dell’ultimo trentennio. L’alto tasso agonistico che metteva sul campo e che ne ha fatto uno dei beniamini delle tifoserie di Lecce, Como, Juventus, Fiorentina e soprattutto Torino, oltre a fruttargli la conquista di due Coppe Italia, una Coppa Uefa ed una Mitropa Cup, ha fatto scuola, rendendolo uno degli emblemi di un calcio visto con nostalgia e che ormai sembra destinato a diventare un lontano ricordo. A diciotto anni dal suo ritiro dal professionismo, dopo le tre stagioni disputate nell’amata Gran Bretagna con gli scozzesi dell’Hearts e gli inglesi del Wigan, Bruno non ha perso lagrinta e la voglia di dire le cose come stanno, frutto di una genuinità e di un amore per il suo sport (e per la sua terra) che trapela chiaramente nelle parole rilasciate in esclusiva per noi.

Con la maglia del Lecce ha fatto il suo debutto tra i professionisti. Come descriverebbe il suo rapporto con i colori giallorossi?

“Il Lecce è il mio primo grande amore, è la mia terra, e dunque è e rimarrà sempre una parte di me. Mi ha dato tanto come calciatore, ma ancor prima che un ex giallorosso sono un tifoso dei colori che più di tutti mi rappresentano, e per questo il mio più grande sogno, al momento, è rivedere la mia squadra in Serie B. Certo, parte del mio cuore è granata, e tutti lo sanno, e per un certo verso trovo che Lecce e Torino si somiglino molto. Per ogni tifoso di queste due squadre sarebbe stato più facile scegliere di supportare club più titolati perché si sarebbe sofferto di meno, ma l’amore per la maglia che si prova a tifare squadre così vale più di qualsiasi trofeo”.

Cinque stagioni, 128 presenze e 12 reti con il club salentino. Qual è il ricordo più bello che la lega al Lecce?

“I ricordi sono tanti, tutti legati ad un calcio a cui penso con grande nostalgia. I miei idoli da ragazzino erano l’attaccante Fortunato Loddi ed il portierone-record Emmerich Tarabocchia, che ho potuto ammirare a metà anni ’70 quando ero raccattapalle. Il numero uno, diventato poi mio mio maestro e grande amico, fu però il grandissimo Michele Lorusso. Quando ero solo un giovane prodotto del settore giovanile mi prese sotto la sua ala protettiva, insegnandomi tantissimo e contribuendo a farmi diventare un calciatore vero. Porterò sempre nel cuore le passeggiate che facevamo il giorno prima della gara, dopo la rifinitura. Io ero davvero alle prime armi, neppure ventenne, e lui passava prendermi con la sua Renault nera per fare un giro in città, dove conosceva tutti. Piazza Mazzini ed il fruttivendolo Enzo Podo in viale Degli Studenti erano tappe fisse, così come nel prepartiva non poteva mai mancare la crema sifcamina, che i calciatori applicano su braccia e gambe per scaldare i muscoli. Lui la spalmava invece sulle mani, per poi spalmarla sul volto del diretto avversario al primo contatto e creargli irritazione. Era un grande. Michele Lorusso era il simbolo di un calcio duro, ma vero e genuino”.

Tornando al presente, dove può arrivare il Lecce di Piero Braglia?

“Spero in Serie B ed al più presto, perché la Lega Pro sta diventando un vero incubo. Giocare su campi del genere è impossibile, viste le condizioni in cui versano praticamente tutti i terreni di gioco, ad eccezione del “Via del Mare” e di pochissimi altri in tutta la categoria. La cosa che mi fa rabbia è vedere il nostro Lecce annaspare in una categoria che non gli appartiene, pagando colpe non sue, mentre un elemento come Andrea Masiello gioca in Serie A, così come l’ex portiere del Bari Gillet andò al Torino dopo lo scandalo-scommesse. E’ un schifo per il calcio italiano, che è diventato lo specchio di queste vicende. Tornando al Lecce, bisogna essere grati alla nuova società, fatta di brave persone che stanno facendo tanto. Non mi trovo d’accordo al 100% con i programmi che stanno attuando perché vorrei decisamente più giovani, ma bisogna avere pazienza. Il campionato è difficile ed i giallorossi hanno perso tanti punti, ma il destino può essere nelle loro mani e ce la possono fare, vista la qualità della rosa. I tifosi si lamentano dell’assenza di bel calcio? Le squadre di adesso giocano in modo imbarazzante in Serie A, figuriamoci in Lega Pro”.

Hai citato la massima serie, che vede attualmente tra i primi posti due tue ex squadre, Juventus e Fiorentina. Chi vincerà lo scudetto?

“Sinceramente non seguo tantissimo il calcio italiano, perché mi mette tristezza, e preferisco guardare le gare di Premier League. Il nostro campionato è diventato una commedia che mette tristezza. Stadi vuoti, gioco pessimo, sceneggiate tipo Sarri-Mancini. Per non parlare di Icardi e soci, che sono tutto tranne che calciatori. I numeri parlano chiaro, visto che negli ultimi anni in Europa abbiamo fatto davvero poco. Anzi nulla, se paragonato a quanto fatto nei decenni precedenti. E, ciliegina sulla torta, Masiello e compagni, che come già detto hanno fatto del male a tutto il movimento italiano. Se devo comunque fare un nome per il Tricolore, dico Juventus. Ha l’organico più forte ed è storicamente la società che meglio sa gestire le situazioni difficili”.

Per concludere, una battuta sul suo genero, Javier Ernesto Chevanton. I tifosi stanno firmando petizioni inneggiando al suo ritorno, ma quante possibilità concrete ci sono di rivederlo in campo con la maglia del Lecce?

“Ahimè credo che le porte siano ormai chiuse. Personalmente punterei sempre su un elemento come lui, e mi permetto di dire che se gioca Moscardelli potrebbe farlo benissimo anche Cheva. Il calcio di adesso è però fatto di giocatori obbedienti, che dicono sempre si, e non di elementi di carattere che sanno opporsi quando qualcosa è ingiusta, sempre per il bene della squadra. La storia di questo sport ci insegna però che sono i ribelli a farti vincere le partite che contano davvero. Non so in quanti avrebbero fatto, e nello stesso modo, quel gol al Napoli che è valso una storica salvezza”.

Alessio AMATO
Giornalista, scrittore e imprenditore nel settore dei servizi culturali. Iscritto all'albo dei pubblicisti dal 2016, già collaboratore de Il Giornale di Puglia, il Corriere dello Sport e, dal 2013, redattore di SalentoSport.net.

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