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LECCE – Mazzone, il ‘Nostalgico’: “Barbas, Pasculli, Conte e Moriero: quanto erano forti…”

Intervistato da Andrea Bini, ideatore della frequentatissima pagina Facebook “Serie A – Operazione Nostalgia”, il decano degli allenatori italiani, Carletto Mazzone, ha parlato anche del suo Lecce, di Antonio Conte, di Checco Moriero, di Juan Alberto Barbas e di Pedro Pablo Pasculli. Mazzone è stato premiato con la “Machenesanno Cup”, un trofeo che celebra uno dei simboli di un calcio che non c’è più.

Questa l’intervista integrale di Mazzone:

Dal Vangelo secondo Carletto Mazzone ecco il nono racconto sul Lecce e sui giovani “Made in Lecce“.

Ogni panchina per me è stata una grande passione. Ogni volta che mi spostavo in una città ne sposavo la causa calcistica, ne abbracciavo la fede, mi innamoravo del gruppo e soprattutto della gente. Ho sempre avuto un rapporto particolare con il Sud Italia, Catanzaro e Lecce sono nel mio cuore. Nel Salento ci sono stato quattro anni, dalla metà del campionato 1985/86 in avanti.

Ci siamo divertiti e tolte grande soddisfazioni, il primo anno arrivammo fino agli spareggi per la promozione nella massima serie, l’anno dopo vincemmo il campionato cadetto, poi due anni di Serie A, due salvezze, il primo anno meglio, il secondo anno soffrimmo di più, ma sempre due salvezze rimangono.

Avevamo un ottimo gruppo, mi ricordo che c’erano i due nazionali argentini, Juan Alberto Barbas e Pedro Pablo Pasculli: “Ahò, quanto erano forti, oggi giocherebbero titolari in una grande squadra, per il Lecce erano tanta roba…” io mi ricordo che loro c’erano già con me fin dal primo anno di Serie B, poi c’erano dei giovani mica male come Checco Moriero e Antonio Conte, tutti e due nati a Lecce, tutti e due classe ’69.

Il primo, Checco molta fantasia, amava la corsa e aveva un ottimo piede, il secondo aveva un carisma che poche volte ho visto in un ventenne. A me non me ne fregava niente che erano giovani, li facevo giocà, perché erano di Lecce, erano forti e davanti al nostro pubblico eravamo quasi imbattibili.

C’era una differenza tra casa e trasferta, solo chi ha allenato in una piccola squadra può capire quanto possa essere utile il pubblico. In trasferta non vincemmo una partita il primo anno di Serie A, ma in casa perdemmo solo 2 volte e furono due sconfitte indolori, perché una fu con l’Inter che era imbattibile, un’altra categoria quell’anno, infatti vinsero il campionato, e l’altra fu con il mio Ascoli. La sconfitta non è mai indolore ma se sò tutte così me va pure bene.

Di Antonio Conte mi ricordo l’interessamento della Juventus e di Boniperti che mi chiamò per chiedermi informazioni su quel ragazzo, era un talento, ma è sempre stato considerato da tutti più carismatico che talentuoso, tanto che dissi al Presidente Boniperti: “Ah presidè, mi faccia finire il campionato, mi faccia salvare, poi je dico io se ‘sto giocatore è bono o no…”

Boniperti si mise a ridere, da quella risata capii che Antonio aveva davanti a sé una carriera lunga e vincente.