Skip to content Skip to sidebar Skip to footer

LECCE – Braglia e i suoi ragazzi, una squadra con gli attributi. Il vero segreto dell’undici giallorosso

Per vincere una partita, o per portarsi nelle prime posizioni in classifica a stagione inoltrata, servono indiscutibili qualità tecniche, una consistenze dose di esperienza e la fondamentale intelligenza tattica che ogni allenatore cerca nel proprio undici. Per vincere su un campo difficile come Cosenza, un terreno di gioco imbattuto in campionato da undici mesi, contro una diretta concorrente nelle zone che contano e, come se non bastasse, riuscendo a portarsi avanti nel corso del match per ben tre volte contro una delle migliori difese dei campionati nazionali professionistici, ci vogliono soprattutto gli “attributi” tanto invocati e cari ai tifosi, ma non solo a loro. E coraggio, fame di vittoria e voglia di lottare senza paura su ogni pallone di certo non mancano al Lecce di Piero Braglia, bensì ne sono il vero marchio di fabbrica.

Due immagini su tutte, entrambe relative alla battaglia del “San Vito-Marulla”, la cattiveria con cui Liviero si è lanciato sul cross di Caturano, inducendo Tedeschi all’autorete pur senza toccare il pallone, così come la travolgente esuberanza di Abruzzese nel rompere l’avanzata cosentina sulla trequarti e lanciare Moscardelli verso la marcatura che ha messo pressoché in cassaforte i tre pesantissimi punti. Questi ultimi sono solo esempi, in versione offensiva, della tenacia che mister Braglia ha trasmesso ai suoi ragazzi, che in altre occasioni era stata palesata soprattutto in ambito difensivo, caratteristica che aveva garantito una protezione esemplare alla porta difesa da Perucchini, il quale difficilmente negli ultimi mesi è dovuto intervenire seriamente in più di un paio di circostanze a partita. Una tenacia agonistica che non si è vista solo nelle gare, tante, che il Lecce ha portato a casa passando in vantaggio per primo (13 vittorie su 14 sono arrivate così), ma anche quando c’è stata la necessità di recuperare situazioni critiche, su tutte la rimonta con il Benevento o il Melfi riacciuffato in extremis. Tutti esempi di come questa squadra è riuscita spesso ad arrivare anche laddove le pure ottime capacità dei singoli o gli scrupolosi accorgimenti tattici non sarebbero bastati.

E qui si arriva consequenzialmente a dare una risposta alla domanda che più spesso i giornalisti hanno posto, nel corso delle varie conferenze stampa, a quegli elementi della rosa giallorossa reduci dalle recenti annate di Lega Pro con la maglia dei salentini: che differenza c’è tra questo Lecce e gli ultimi visti in terza serie? Di certo non è da cercarsi nelle qualità degli interpreti, e nemmeno nella sola bravura tecnica dell’allenatore, ma piuttosto è la capacità di quest’ultimo di aver inculcato nei suoi una mentalità di una categoria nella quale chi ha voluto avere la meglio ha sempre dovuto giocare di sciabola e molto poco di fioretto. Ecco perché il fortissimo Lecce del primo anno di Lega Pro (una delle rose più forti mai viste in terza serie) le rimonte, innumerevoli, le subiva e non le effettuava, ultima e decisiva quella con il Carpi. Ecco perché negli anni successivi, il tiro è stato corretto ed i tifosi hanno apprezzato, ma il lavoro non era ancora stato sufficiente e la forbice tra vantaggi mantenuti e persi era ancora troppo poco consistente. Quest’anno è diverso, e l’ultima gara in cui i giallorossi hanno messo la testa davanti all’avversario per ben tre volte, evento più unico che raro nel mondo del calcio, ne è la prova tangibile. Ora non serve altro che continuare così, senza cali di concentrazione e soprattutto senza indietreggiare un millimetro. Le ultime gare saranno delle battaglie, e questo Lecce sa come si fa. Non deve dimenticarselo.