foto: i titolari in Lecce-Sampdoriaph: Coribello/SS
LECCE – Giusto criticare, obbligatorio sostenere con passione e comprensione. Uniti più di prima
Condividiamo l’analisi sul momento Lecce redatta dai nostri colleghi di CalcioLecce.it.
Le espressioni contrariate della Curva nel post Lecce–Sampdoria non devono raggiungere toni esasperati, ma nemmeno essere prese nel “modo sbagliato”.
Sono passate oltre 24 ore dal triplice fischio di Mariani che ha sancito il termine di Lecce-Sampdoria, e la certezza resta una: per analizzare quanto è accaduto nel finale di gara ci vorrebbero 43 milioni di battute, 28 pezzi, un paio di settimane. In sordina farlo nel dettaglio non si può, e già farlo in modo sommario sarebbe un’impresa che probabilmente chi scrive non realizzerà, consapevole dei tanti, troppi fattori in ballo. Ma perché lasciare qualcosa di intentato? E allora partiamo dall’inizio, ovvero da quella contestazione che poi così tanto contestazione non era.
I fischi dell’intero stadio ed i cori del settore caldo del Via del Mare erano figli non di Lecce-Sampdoria in sé, ma di un presente come prodotto del recente cammino. Perché le prove assolutamente positive viste con Napoli e Samp sono state precedute da quelle con Torino, Fiorentina e soprattutto Empoli in cui non si può certo dire la squadra si sia espressa sui suoi livelli. E non si parla (almeno non solo) dal punto di vista tecnico, ma del mordente. Una piattezza prestativa che, a livello sensoriale, può dare anche l’impressione di una non-lotta, qualcosa che razionalmente può essere compreso, ma a livello passionale ed emotivo alla lunga uno strascico se lo porta dietro.
E questo può anche “esplodere” quando meno lo si attende, associato magari all’amarezza (quella collettiva, dell’ambiente tutto) per un risultato mancato clamorosamente ed unito alla volontà di dare una scossa. Non dimentichiamo che chi canta per 2 ore a settimana, su e giù per l’Italia, ha tutto il diritto di esprimersi. Non dimentichiamo che, ad esempio, nel 2019/20 questo diritto fu negato da qualcosa di più grande come una pandemia. Ed anche questo può influire. Tutti vorremmo l’equilibrio perfetto tra razionalità e passione. Ogni calciatore vorrebbe giocare in una piazza calda quando le cose vanno bene, ma tiepida nell’accogliere i (perduranti) momenti di difficoltà. Entusiasmo e tranquillità, la ricetta perfetta che esiste solo nelle favole.
La realtà parla di salite e discese, nello sport e nella vita, in cui ci si deve comprendere a vicenda soprattutto nei momenti di malumore. La squadra deve comprendere i tifosi, la cui passione (a volte lo si dimentica) è per essa fonte di lavoro. I tifosi devono comprendere la squadra, quando questa ha i connotati, non esclusivi ma nemmeno poi così comuni nel calcio odierno, del Lecce. Figli e figliastri? Essere di parte? Macché. Se il solito “avremmo tutti firmato per essere a +5 a questo punto della stagione” non vale più dopo tutte queste occasioni sprecate, ad essere oggettivamente incontestabile è la bontà del cammino di una squadra che, nomi, budget e pronostici alla mano, è andata oltre le aspettative. Se chiuderà il campionato a 28 punti, evidentemente il discorso sarà diverso. Fino ad allora giusto criticare, obbligatorio sostenere. Con passione e comprensione. Uniti più di prima.
