IL CORSIVO – SemeRarissimo! Diciotto anni da ricordare con orgoglio

Per i più rabbiosi è la liberazione tanto desiderata, per gli sportivi moderati è la fine dell’incubo dell’incertezza. Dopo diciotto anni alla guida dell’Unione Sportiva Lecce, la famiglia Semeraro cede l’intero pacchetto azionario ai Tesoro e prepara la transizione verso la nuova società.

A dirla tutta, l’operazione non è completamente conclusa – la sottoscrizione del contratto definitivo è fissata entro il 15 settembre – e prudenza vuole che chi già da oggi intona i cori “forza Tesoro!” non dimentichi, tra i tanti, i casi Lorenzo Sanz a Parma e Tim Barton a Bari dove l’imprenditore americano accese sogni biancorossi e repulsioni anti Matarrese prima di tornarsene in Texas con un nulla di fatto.

LA CESSIONE – Al di là dei piccoli dubbi da fugare quanto prima, quello di ieri rimane comunque un passo decisivo. Giovanni Semeraro, da più di un anno intenzionato a lasciare, ha trovato nero su bianco un erede, vendendo il Lecce a un prezzo inferiore rispetto a quanto incassato dal Monaco in cambio di Chevanton nell’estate del 2004.

Altri tempi, è vero, non c’era la crisi, ma l’impressione che l’accelerazione delle trattative e la voglia di smettere e dismettere abbiano inciso forse più del dovuto è forte almeno quanto la speranza che il Lecce sia capitato ora nelle mani giuste.

IL BILANCIO VERO – D’altronde, tutti i tifosi del Lecce che hanno seguito le alterne vicende giallorosse degli ultimi diciotto campionati sanno cosa hanno perso. Ricapitoliamo: dieci stagioni in serie A in cui si sono susseguite esaltanti salvezze sempre mai pienamente apprezzate dalla tifoseria ed amare retrocessioni a volte figlie di investimenti sbagliati e cattivi consiglieri, decine di calciatori e Corvinate cresciute a Lecce e lanciate nel panorama calcistico nazionale, cinque promozioni in sette campionati di B (includendo ingenerosamente, ma per completezza la stagione 1994/1995, che vide l’ingresso di Giovanni Semeraro proprio nel dicembre di quell’anno prima della retrocessione in C).

Una svolta totale rispetto alla storia precedente e superiore ad ogni aspettativa e possibilità, un vero miracolo, tutt’altro che scontato, per una città del Sud di nemmeno centomila abitanti (come Barletta e Catanzaro per intenderci). Una storia costosa e solitaria, epperò così appassionante da coinvolgere non solo una banca (sponsor fino al 2002), ma anche una provincia (sponsor fino al 2009) e un intero territorio prima di inserirsi poi in maniera svelta e naturale nel racconto di un marchio, a tratti feticcio, chiamato Salento.

NON SOLO CALCIO, IL LECCE DI SEMERARO È STATO MOLTO DI PIÙ Per molti anni, nei panni della piccola scomoda, il Lecce e la maglia giallorossa hanno infatti raccolto simpatia e affetto anche al di fuori dei confini tradizionali della città e del calcio, rappresentando un simbolo autentico, un vivace punto di raccolta e un preciso segno di riconoscimento.

Nelle stagioni dell’entusiasmo, le bandiere sventolavano persino nelle prime file della Notte della Taranta e i colori distinguevano i ritrovi salentini degli emigrati in altre regioni d’Italia e all’estero. Ovunque, dove si incontravano uno studente e un operaio che cercavano fortuna altrove dopo aver lasciato la provincia di Lecce, era forte il senso del Salento 12.

Gli uomini passano, la maglia resta, cantano a petto in fuori i tifosi, ed è proprio per questo che la gestione Semeraro va applaudita forte e ricordata con riconoscenza e gratitudine, pensando per un momento a quanto sta accadendo in questi giorni in piazze non meno gloriose come Piacenza e Trieste e molto prima che il ricordo diventi un doloroso rimorso o un comodo rimpianto della serie “Si stava meglio quando si stava peggio”.

Al di là dell’era Ventura, della Zemanlandia del 2005, dello storico e vincente 3-5-2 di Alberto Cavasin e Delio Rossi, dell’ordine tattico di De Canio e delle sperimentazioni fallite -da Prandelli a Di Francesco-, il Lecce di Semeraro ha inconsapevolmente contribuito a plasmare l’identità salentina degli anni Duemila, ha rafforzato l’appartenenza a un territorio che alcuni addirittura hanno sognato regione e ha fatto da popolare volano promozionale per una terra un tempo troppo china su se stessa, dimenticata da Dio e dagli uomini.

Insomma il brand Us Lecce al tempo di Giovanni Semeraro ha avuto lo stesso valore social-culturale del cinema di Winspeare, del teatro di Carmelo Bene, della musica dei Negramaro, dei Sud Sound System e dei tamburelli della taranta e di tutte quelle tradizioni pop, a un passo dal folklore, che incantano i turisti, seppur diminuiti negli ultimi anni proprio come le energie investite nel progetto sportivo.

IL POPOLO DEL VIA DEL MARE – Producendo anch’esso una narrazione – storie di campo, di pallone, di vittorie e sconfitte- ed esportandola fino a San Siro, il Lecce ha riunito intorno a sé un piccolo popolo con la stessa forza di una Nazionale di calcio nel mese degli Europei e dei Mondiali. Nei tempi migliori, lo ha fatto con una cadenza ancora più ritmata rispetto agli azzurri, non ogni due anni, ma ogni domenica, in B come in A, arricchendo culture, sfidando pregiudizi e innovando convinzioni.

C’è di più. Nell’ultimo anno, complice una stagione nata male, ma raddrizzata pur senza buon esito, intorno alla squadra si è ricreata quella salentinità verace, paradossalmente e perfettamente incarnata dal perugino Cosmi, sfoggiando, fino a un certo punto a livello individuale, ma oltre ogni limite possibile sul piano collettivo, determinazione, spirito di sacrificio e voglia di lottare. Le qualità del Salento antico in campo non saranno bastate per la salvezza in A, ma hanno fatto il giro di tutta Italia, grazie a buoni comportamenti e non solo bei gesti sugli spalti.

L’USCITA DI SCENA- Evaporata troppo in fretta quella brillante esperienza di campo e di curva, a Lecce è tornato un disincanto frenetico, la foga di cancellare per riscrivere, la furia per riazzerare e ripartire. Sentimenti comprensibili non solo dopo una comunque oculata autogestione che nello sconforto ha saputo di abbandono, ma anche e soprattutto in seguito allo scandalo del calcioscommesse che, in attesa del responso della magistratura, sembra dare sostanza al detto “La prima generazione crea, la seconda mantiene, la terza distrugge”.

Ma il buon lettore non giudica un libro solo dal finale; valuta lo stile dell’autore, l’originalità e la genuinità dell’intreccio, la velocità della prosa e il piacere nello scorrere le pagine prima di arrivare alla conclusione. E la storia messa in piedi da Giovanni Semeraro in diciotto anni oggi troppo maturi, visti ormai definitivamente con lo stesso sguardo di Paul Nizan, è una bella pagina di Sud che non nasconde le debolezze del tessuto imprenditoriale locale.

Una storia senza nessun’altra alternativa seria, valida, limpida, credibile e, quello che in fondo più inorgoglisce guardando indietro nel giorno dell’addio, così festosa.

Redazione SALENTOSPORT
Nata il 23 agosto 2010. Vincitrice del premio Campione 2015 come miglior articolo sportivo, realizzato da Lorenzo Falangone. Eletta "miglior testata giornalistica sportiva salentina" nelle edizioni 2017 e 2018 del "Gran Premio Giovanissimi del Salento". Presente al "FiGiLo" (Festival del Giornalismo Locale) nell'edizione 2018.
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