[ESCLUSIVA SS] LECCE – Vulpis (sporteconomy.it): “Al Lecce serve una cordata locale unita all’azionariato popolare”
Oggi facciamo quattro chiacchere con Marcel Vulpis, ideatore di Sporteconomy.it, un’agenzia stampa registrata nata con l´obiettivo di creare un canale di news on-line dedicato alle informazioni di politica ed economia dello sport. Ovviamente, con Marcel, parliamo del Lecce e della sua delicata questione societaria.
Entriamo subito nel merito: il Lecce si trova in una situazione di autogestione finanziaria. Quali sono le differenze sostanziali tra questa linea intrapresa e un normale regime adottato da altre società professionistiche?
“Prima bisogna dire che l’autogestione finanziaria purtroppo consente solo una ‘navigazione a vista’ e quindi diventa difficile sviluppare un progetto a medio-lungo termine in queste condizioni. Diversa è invece la situazione in cui c’è un presidente o una cordata di soci che si strutturano per mettere in campo un management e delle risorse per portare avanti un progetto di crescita graduale nel tempo. Oggi queste due componenti sono irrinunciabili.Servono uomini, idee e soldi. Avere idee ma non avere soldi porta al non raggiungimento degli obiettivi prefissati. Il mio modello di riferimento è il bilancio del Manchester United che cresce di anno in anno quale che sia il risultato sportivo”.
Quanto può rendere a livello economico, in termini concreti sia di entrare che di uscite, il mantenimento di una società in Serie A?”
“Nel passaggio da serie A alla seconda serie, qualsiasi club perde circa il 70% dei suoi ricavi complessivi, in gran parte provenienti dai diritti televisivi. Quello che ‘ammazza’ molti club è l’elastico continuo tra serie A e B. La ricerca affannosa della risalita nella massima serie è spesso un salasso economico per molte società, che poi pagano nel giro di 3-5 anni”.
Perché, nonostante un territorio fiorente dal punto di vista turistico, il Lecce (ma anche realtà dell’entroterra più piccole) fatica a trovare imprenditorie locali e non, disposte ad investire nel progetto calcio?
“Perché attualmente il calcio italiano è imbarazzante. Spesso, molti club, sono le “derivazioni” manageriali della famiglia del patron di turno. Questo è un grave limite, perché il presidente di una società chiama attorno a sé persone di fiducia, che spesso, però, non sono le migliori risorse disponibili in quel momento sul mercato.Il fatto che questa situazione sia replicata ovunque, fa capire i limiti del sistema calcio italiano”.
Quanto può contribuire allo sviluppo di una società sportiva l’avere uno stadio di proprietà?
“Al 99%, tutti gli stadi sono di proprietà dei rispettivi comuni. Perché un sindaco dovrebbe rinunciare al canone annuale pagato dal presidente di una squadra di calcio? Sarebbe un cretino. Ad eccezione del caso Juventus (a Torino gli Agnelli sono più importanti del sindaco), nulla si muove all’orizzonte, se non qualche presidente che gira col plastico del nuovo stadio sotto braccio, ma più per far contenti i tifosi che per concrete possibilità di realizzazione. Senza stadi di proprietà, senza costruttori con visioni di lungo periodo (quindi non alla ricerca di guadagno immediato), senza presidenti illuminati, sarà difficile attrarre investitori (locali o stranieri). Bisognerebbe essere dei cretini per entrare nella proprietà di società che generano solo perdite e mai ricavi. L’imprenditoria presuppone un guadagno e non una perdita. O no?”.
In questo contesto difficile, quali sono le soluzioni, le idee e i propositi auspicabili per venirne fuori?
“Forse l’unica idea percorribile è quella di una cordata di imprenditori salentini che sappiano proseguire nello sforzo imprenditoriale portato avanti sino ad oggi dalla famiglia Semeraro, insieme ad un’assemblea di soci, sul modello di un azionariato popolare. Potrebbe essere una novità per il mercato italiano e sarebbe interessante se questa idea partisse dal Sud. Tra l’altro, ho molta simpatia per il Lecce, perché mia madre è nativa di Parabita. Sarà un piacere poter diffondere le linee guida di quello che sarà il nuovo progetto dell’Us Lecce attraverso la mia struttura giornalistica e consulenziale, l’agenzia Sporteconomy“.
Cosa potrebbe rappresentare, malauguratamente, per Lecce e per l’intero Salento perdere un club che porta in giro il marchio “Salento” per l’Italia?
“Un grave danno economico, la fine di un sogno per un territorio. In questo Paese abbiamo bisogno di credere nei sogni che si avverano. La fine di un sogno è un po’ come morire, per certi versi”.
È un’ipotesi percorribile a Lecce quella del St. Pauli, club che milita in seconda divisione tedesca, che è sorretto economicamente da una sorta di azionariato popolare?
“È percorribile nel momento in cui ci si trova di fronte a una community di tifosi coesi, che antepone il proprio sogno individuale a quello più grande di un club senza “magnati” o “mecenati. Conosco molto bene il loro modello perché ho realizzato come Sporteconomy un docu-film proprio su di loro (visibile nella sezione “ST. PAULI” della webtv www.sporteconomy.tv). Il St. Pauli ha 5 milioni di tifosi in Europa nonostante quest’anno militi in seconda divisione. È un club marketing e social-oriented. È l’unico club al mondo dove c’è una nursery in curva per i figli dei tifosi e da quest’anno i tifosi si sono auto-tassati per realizzare una struttura multi-servizi a disposizione sempre dei supporter nei giorni delle gare ufficiali (è una tenso-struttura localizzata nella zona antistante lo stadio). Di recente il club per finanziare il restyling dello stadio (il mitico Millerntor) ha emesso obbligazioni per 6 milioni di euro. Sono state acquistate in pochi giorni a conferma della passione dei fan per questa società, interamente gestita sul modello dell’azionariato popolare. Un azionariato popolare nel vero senso del termine”.
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Si ringrazia il portale Salento.it
