BRINDISI – Tedesco, sangue biancazzurro: “La vittoria, una liberazione. Una festa emozionante…”
Quattordici gol per contribuire alla rinascita del calcio brindisino. Tanti ne ha messi a segno in campionato, quando manca ancora una giornata, Mino Tedesco. Che non è solo un attaccante straordinario. Lo dice la sua storia personale. Ma è soprattutto un lider maximo. Lo certificano le parole, oltre che i fatti. “Dal punto di vista realizzativo non è stata una stagione top – osserva l’attaccante biancazzurro -. “Fin dall’inizio ho pensato a vincere il campionato e non la classifica marcatori. Era l’unico obiettivo. È stata un’annata d’amore e di passione”. Verso quei colori, quella maglia, quella città che è anche la sua e di cui non è facile essere profeta. “Quando andai via da Brindisi, quattro anni fa, non fu un divorzio sereno. Volevo cancellare quel ricordo”.
E magari continuare a scrivere la storia della squadra con la V sul petto. “Non conosco ancora il mio futuro, spero solo che quello del Brindisi sia stellare. Ad agosto compirò trentasette anni, mi piacerebbe concludere la carriera nella mia città, ma non dipende solo da me. Intanto sono felice di aver fatto ripartire il calcio che conta. Mi sto godendo il momento”. È stata festa grande. Era dal 2009 che il Brindisi non vinceva un campionato. La sublimazione di una stagione, comunque non tutta rose e fiori, è arrivata sul campo del Tricase, contro una di quelle formazioni, che, almeno nelle intenzioni, voleva contenderlo quel titolo al Brindisi. Più bello vincerlo sul proprio campo o su quello di una concorrente? “È più bello vincerlo davanti ai propri tifosi, anche perché ai nostri la trasferta al “San Vito” era vietata. Ma alla fine l’importante era regalare una gioia alla piazza, perché la merita. A Tricase è arrivata la conferma della bontà del lavoro fatto”.
In cui determinante è stato l’apporto di Danilo Rufini. “Il mister ha fatto un lavoro mentale incredibile. È un bravo psicologo, oltre che un allenatore serio e preparato. Ha un unico difetto: è logorroico. Tutti abbiamo remato in un’unica direzione. Abbiamo lavorato tantissimo, per questo quando sento parlare del Brindisi in termini di corazzata un po’ mi scoccia, in quanto sminuisce la portata del lavoro fatto”. Lo dicevamo, non è stato tutto rose e fiori. In molti avevano preconizzato un cammino da schiacciasassi. Proprio così non è stato, anche per merito dell’Ostuni. Ma i dubbi hanno lasciato il posto alla determinazione. “Ci abbiano creduto sempre, anche nel momento di maggior difficoltà, coinciso con i pareggi con Deghi e Massafra. Sostenuti dall’affetto dei tifosi e dalla fiducia della società, abbiamo ricompattato le fila e fatto uscire orgoglio e amore per questa maglia”.
E al rientro in città, domenica scorsa, sembrava quasi di aver vinto la “coppa dalla grandi orecchie”. “Una festa emozionante. La piazza ha sofferto molto in questi ultimi anni. È stata una sorta di liberazione, sia per i tifosi che per noi giocatori brindisini. Se non avessimo vinto questo campionato ce lo saremmo portato sulla coscienza per tutta la vita. È stata la vittoria non del Brindisi, ma di Brindisi”. Mino Tedesco propheta in patria est.
