TARANTO – Gli innamorati di Taranto

Amore e null'altro. Forse, più che amore si tratta di bieca fede, capace di trasformare quell'armonioso sentimento rossoblù, in dipendenza, spesso in disperazione, e talvolta (situazione molto meno frequente) in mero stato d’estasi.

Di Taranto si conosce molto, in realtà però, della peculiare città bimare si sa poco e nulla. Facile dipingerla come una terra usurpata della propria identità, mortificata e consumata da decenni di soprusi, troppo facile. Facile anche dipingere i tarentini come gente "molle", abituata a essere dominata e per questa poco incline al comando e alla responsabilizzazione.

Taranto, guardata attentamente con gli occhi di chi la conosce molto bene, si lascia interpretare come una realtà fervente; zeppa di gente pronta al sacrificio, pronta a tirare un po’ di più la cinghia, in un periodo in cui chi possiede i quattrini se li tiene più stretti del solito, pur di poter continuare a "cavalcare un sogno".

Per tutti coloro che sulla carta d'identità non leggono " Comune di Taranto", il sogno in questione si chiama Serie B, e coloro i quali tirano la cinghia si chiamano tifosi, o forse sarebbe meglio definirli innamorati, ma molti oggi sarebbero disposti a chiamarli illusi, stupidi, nella migliore delle ipotesi sognatori.

Il quadro traccia contorni abbastanza semplici da interpretare: a Taranto, c'è una società seria, che ha fatto tanto negli ultimi anni e che purtroppo adesso si trova ad attraversare un momento delicato. “Problemi loro”, pensano in molti. Non tutti… A Taranto poi c'è un gruppo di ragazzi eccezionali, che seppur tra mille difficoltà e pochissimi soldi viaggia spedito verso un obiettivo, una categoria, un sogno appunto, che manca alla città jonica da ben vent'anni. Sempre a Taranto, poco più di un anno fa, è sbarcato un uomo vero, come pochi altri, anzi forse come nessuno. Un uomo capace di conquistare il cuore di un’intera città atavicamente diffidente nei confronti di chi non presentato in pompa magna. Il lettore, forse, non ci crederà, ma quest'uomo è diventato il simbolo di questa città, più di chi la "amministra" (?), più di chi da ormai mezzo secolo la tiene sotto il giogo del ricatto occupazionale, forse parlando in maniera celentanesca più del proprio Santo protettore.

A fare da cornice a tutto questo, esistono quegli illusi prima menzionati. Illusi che da quasi vent'anni (3-8-1993 ndr), la domenica non trovano di meglio da fare che andar dietro ad undici bambinoni grandi e grossi che scalciano un pallone. Il problema, da ormai due decenni è uno solo: questi bambinoni indossando una maglia particolare, una maglia capace di suscitare in un’intera tifoseria, in un’intera città, in un’intera collettività emozioni forti, toste, che esulano dalla categoria di competenza, Serie D o Champions Leaugue non fa nessuna differenza, loro, gli illusi, saranno sempre lì a rincorrere determinate emozioni, che paragonate a quelle che il calcio d'oggi offre, fanno quantomeno rabbrividire.

C'è qualcos'altro però in questa più che particolare città, capace di far rabbrividire ancor più di quanto non faccia quel classico pallone a pentagoni bianchi e neri. La chiamano indifferenza, ma forse incompetenza e strafottenza, mixate nelle dosi giuste rendono meglio l'idea.

In questi giorni amari i benpensanti sono stati unanimi nel decretare che il Taranto è ormai rimasto solo. Con tutta probabilità sbagliano, il Taranto non è solo. Il Taranto non sarà mai solo finché potrà contare sulla sua gente, disposta a una serata brava in meno o a una cena galante fra le mura di casa piuttosto che in un lussuoso ristorante, tutto questo per continuare a "cavalcare un sogno", in maniera attiva, sia ben chiaro. Al Taranto non serve l'elemosina di nessuno, l'amore è un sentimento innato: sboccia o non sboccia e una città così orgogliosa di se non ha bisogno né di arrivisti, né di approfittatori, né tantomeno di gente pronta a salire sul carro dei vincitori quando sarà il tempo, a maggior ragione se le intenzioni di costoro prevedono aiuti gratuiti, a "costo zero", prendendo in prestito l'espressione da un vecchio Presidente tarantino (o quasi).

Il Taranto, siamo noi, tutti noi. Recitava all'incirca così uno slogan coniato dalla società qualche tempo fa. Ci aveva visto lungo la dirigenza, che seppur non esente da colpe, può continuare a dormire tranquilla: la gente di Taranto, vive per i suoi colori e non saranno certo quattro o cinque punti di penalizzazione a far disamorare questa gente dal suo unico grande amore.

Questa è la storia di una città innamorata, che continua a cullare fra le proprie braccia, quel sogno. Un sogno, difficile da raggiungere, ma che per questa gente avrebbe un immenso senso di rivalsa, legato non solo all'ambito sportivo, bensì legato al rilancio di una città che vuole smettere di soffrire.

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