BASKET A1 – Enel Brindisi, analisi di un fallimento annunciato

Finito nel peggiore dei modi un campionato che Brindisi vorrebbe solo dimenticare con un perentorio 68-112 contro l’Air Avellino. Risultato che non lascia molto spazio ai commenti.

L’Enel Basket é retrocessa. Questo é un fatto, oramai ineluttabile. Ben più spazio nella piazza prendono le analisi sugli errori commessi. Ognuno a modo suo, a volte senza il dovuto contraddittorio.

La storia dello sport (di qualsiasi sport) insegna che l’analisi va sempre compiuta a caldo, va esaminata quando il ricordo é nitido e la delusione é forte. E allora, in ossequio a questo principio sacrosanto dello sport, si tenta di analizzare le ragioni del fallimento.

Sostiene coach Luca Bechi che il fallimento viene da lontano: é vero, viene da molto lontano. Primo: si dice in città, confermato recentemente dallo stesso direttore sportivo della New Basket Brindisi, Antonello Corso, (lo stesso che ha rassegnato il proprio mandato nelle mani della società sabato scorso) che non tutti hanno remato per il bene della squadra. E’ una diceria? Una errata interpretazione dei fatti. Può darsi. Ma può darsi di no. Qualcuno ha pensato al proprio tornaconto? Dunque, se così fosse, il primo errore forse é stato quello di avere capito in ritardo che qualcuno versava in condizioni di conflitto di interessi.

Secondo: si dice nello sport che prima della squadra che scende in campo, occorrerebbe avere una squadra che sta in ufficio, possibilmente con i piedi per terra, con la testa sulle spalle e con le idee chiare. Nello sport i proclami o i comunicati stampa servono a poco. Nello sport quel che conta sono i risultati. E i risutati non sono arrivati quest’anno. Non era facile, ma era possibile. Il campionato di Lega A non é quello di Lega 2, nè di A Dilettanti. Qualcuno lo aveva capito per tempo? Evidentemente no.

La società aveva i mezzi economici per fare bene. Enel Produzione spa, gli altri sponsor e la proprietà avevano fatto il loro dovere, fornendo i mezzi economici per farlo. Cos’è andato storto allora? L’Enel Basket aveva anche gli uomini giusti per la lega A? No, lo dicono i fatti. E i fatti non mentono mai. Gli uomini in ufficio, allora.

Quando si costruisce una squadra (questa volta si intende quella che scende in campo) la prima regola non é ricercare qualcuno che sappia giocare a basket. Quello é un requisito imprescindibile per giocare ad alti liveli (non altissimi livelli, quelli appartengono a chi gioca il Basket vero, quello americano). La prima regola é ricercare qualcuno che creda nel progetto, che creda nella società e che abbia voglia di mettersi in gioco e di essere al servizio degli altri. E, allora, la squadra in ufficio ha scelto bene? Ancora una volta ci affidiamo ai fatti per avere una risposta. E la risposta, nel basket, più di ogni altro sport (forse solo il tennis si avvicina, ma quello è un gioco per uomini solitari), sta nelle statistiche, quotidiane, quelle partita per partita. Le statistiche non mentono mai.

Quando si sceglie di tirare pressoché sempre da oltre la linea dei tre punti, l’equazione é semplice: chi tira troppo da tre vuol dire che non ha un gioco di squadra. Non é solo un problema di corretta scelta di tiro: il problema é che a Basket é più facile segnare da vicino a canestro che tirare dalla linea dei 6 metri e 25. Ma il problema é avvicinarsi al canestro. E per quello occorre un gioco di squadra. Per fare questo, cioè, occorre avere i giochi ma soprattutto gli uomini, quelli capaci di sacrificarsi (anche e soprattutto in allenamento) per il bene comune e che non pensino solo al proprio tabellino. Con i tabellini singoli non si vincono le partite.

Dunque, errore da non ripetere: la squadra in ufficio non ha scelto gli uomini giusti. Succede alle volte, nello sport come nella vita. Quel che non può accadere é che taluni dei giocatori della promozione siano stati messi alla porta per ragioni che la cittadinanza non ha ancora compreso e che possono essere spiegate in una logica non sportiva. Non era una questione di prezzo. Il budget era consistente: allora che ci siano ragioni extrasportive, che la dirigenza, gli uomini in ufficio, hanno forse capito troppo tardi e che non hanno saputo prevenire?

E gli uomini giusti, sono come spesso accade, gli italiani: solo gli italiani sanno credere nei progetti e non vengono a Brindisi solo per svernare. Gli italiani sanno giocare all’italiana. L’ossatura di italiani, con qualche punta di diamante capace di essere integrata nel gruppo, era quello che occorreva.

Gli uomini in campo: in primis, l’allenatore. Luca Bechi é un buon allenatore. Non avrebbe salvato Biella e non sarebbe rimasto alla guida di quella squadra per tanti anni, se non lo fosse. Ma è stato messo nelle condizioni di credere nel progetto, un progetto non suo ma preso in corsa? La domanda non é di poco conto. Come l’allenatore deve creare la squadra in campo e muovere fiducia nei giocatori lo stesso deve avvenire con l’allenatore e ci deve essere qualcuno che lo sappia fare al di sopra di lui.

E’ difficile da credere, ma prendere una squadra in corsa senza averla allenata in estate é assai complesso. Prendere una squadra in corsa con giocatori che vanno e vengono come se si fosse, piuttosto che al PalaPentassuglia, a Milano Malpensa, é ancora più difficile. Ma anche il coach non può sottrarsi alla censura, sportiva, si intende: che senso ha, per un allenatore, provare in allenamento certi giochi se poi in partita si ritrova una squadra che non riesce a seguirlo? Ha il senso che ha per un qualsiasi allenatore (o capo ufficio, il paragone é calzante) che non ha ascendente nello spogliatoio. Il carisma, la credibilità per un allenatore é quasi tutto. Succede anche questo nello sport. Ma perchè é successo? Anche qui una risposta possibile può essere di questa natura: la squadra non lo seguiva perché non credeva in quei giochi, non aveva fame come ha detto lo stesso Bechi in una recente conferenza, ed è totalmente disinteressata al progetto. Ogni giocatore conosce le proprie caratteristiche tecniche. La bravura di un allenatore (in qualsiasi sport) é quella di mettere il proprio personale di campo, nel rettangolo di gioco, al posto giusto e nelle migliori condizioni di fare bene. Il giocatore non solo deve sentire la fiducia, di società e staff tecnico, ma deve essere utilizzato al meglio delle sue caratteristiche migliori. E questo é compito del solo coach, nessun altro può arrogarsi questa prerogativa. E allora, che Luca Bechi non abbia compreso con chi aveva a che fare? Potrebbe essere. Di certo invece c’é, anche qui, che avere uomini demotivati non al gioco ma bensì al solo fatto di rimanere in città non deve essere una passeggiata. Uomini che vanno convinti non ai giochi ma a presentarsi in campo.

E, per concludere, gli errori da non ripetere sono questi: lo staff societario non é stato all’altezza e non lo é stato in primo luogo nella parte in cui non ha compreso per tempo certe dinamiche e nel non avere seguito la regola aurea di ogni sport: squadra che vince non si cambia. Si aggiusta magari, si migliora piuttosto, la si rende adeguata alla nuova categoria, in fine. Ma non si stravolge. Chi ha spinto (o chi ha subito senza opporvisi) per il cambio pressoché totale dei giocatori? Noi non lo sappiamo, ma lo doveva e lo deve sapere la dirigenza. Se non lo sa é anche peggio.

L’allenatore non è bastato a fare la differenza. Certo ha delle giustificazioni più che valide, ma comunque non é stato compreso dai giocatori. I giocatori non erano innamorati della maglia. Non é retorica sportiva. E’ la vita. Se non si crede nel progetto, in qualsiasi progetto, da quello familiare a quella lavorativo, passando per quello sportivo, di strada non se ne fa molta.
E al progetto può credere di più e con più intensità chi alla realizzazione di quel progetto ha dato un contributo rilevante.

Articoli Correlati