LECCE – Scelte avventate, errori decisivi: i perché della fallimentare annata giallorossa
Il peggior Lecce degli ultimi 48 anni. Basterebbe questo per capire quanto fallimentare sia stata la stagione giallorossa, conclusasi mestamente con il pareggio di sabato in casa del Vigor Lamezia che ha negato alla squadra di Bollini, sesta nella graduatoria finale, ogni velleità di accesso ai play-off.
Era infatti dalla stagione 1966-67 (nono posto nel girone C della vecchia Serie C) che il club salentino non andava così male, anche se a quei tempi il Lecce non veniva certo considerato una “grande” della categoria come oggi, elemento che rende ancor più fragoroso il terzo tonfo su tre anni dell’era Tesoro. Se però nelle due precedenti annate la “caduta”, pur condita da errori, consistette più che altro in un obiettivo, la promozione, mancato veramente per un soffio, stavolta di salvabile c’è davvero poco, e non resta che analizzare gli aspetti in cui si è sbagliato per fare in modo che, magari, in futuro non si verifichino più.
I primi svarioni decisionali ebbero luogo nella scorsa estate. Giusto ripartire da Lerda e giusto ripuntare sullo ‘zoccolo duro’ di una squadra che si rese protagonista di un cammino quasi perfetto. Inizialmente vi fu poco da dire anche sulle scelte di mercato, che al momento sembravano aver allestito una squadra con davvero pochi punti deboli. A posteriori, però, è lecito affermare che degli elementi messi a disposizione del nuovo Lecce, solo Moscardelli e Lepore hanno pienamente risposto presente, per una valutazione che ridimensiona notevolmente una campagna acquisti che non si avvicina alla sufficienza, visti gli obiettivi prefissati rapportati ai risultati ottenuti. Poco più che accettabile la stagione di Mannini, sono da considerarsi flop clamorosi i vari Carini, Donida, Filipe Gomes, Della Rocca e Carrozza. Mai apparso all’altezza, invece, il mercato invernale, che avrebbe dovuto rinforzare il reparto offensivo e che invece ha consegnato a Bollini una rosa zeppa di mezze punte ma con un solo vero attaccante, il solito Moscardelli.
Dando uno sguardo all’andamento stagionale, le cose migliori e più incoraggianti si sono senza dubbio viste con Lerda, che ad inizio campionato ha pagato le squalifiche del post-Frosinone e, soprattutto, una condizione fisica non all’altezza, che ha portato come immediata conseguenza alla grande difficoltà incontrata in trasferta, su campi in cui era difficile dimostrare la superiorità tecnica (elemento più che prevedibile e su cui si sarebbe dovuto lavorare) con compagini che impostavano giustamente la gara sul piano agonistico. Inoltre, è stato impossibile per il tecnico piemontese riuscire a trovare un assetto definitivo ad una squadra spesso privata di elementi importanti causa infortuni. Nonostante ciò, il Lecce arrivò a dicembre in piena lotta primo posto, salvo poi incappare nelle tre sconfitte consecutive che, di fatto, sono costate la stagione. In quel periodo qualcosa si ruppe in un gruppo lontano anni luce da quello della stagione precedente, e Lerda non fu in grado di porvi rimedio, probabilmente poco aiutato da chi, all’interno, avrebbe dovuto agire per il solo bene della squadra. Se a Foggia la seconda sconfitta in campionato fu frutto più di sfortuna che di particolari demeriti dei giallorossi, con Martina ed Ischia la squadra non scese mai in campo, e ciò pose fine all’era-Lerda.
Antonio Tesoro puntò quindi su Dino Pagliari, dopo aver incassato il no di Calori. Una scelta che ci poteva stare, ma che non sortì quella netta inversione di tendenza auspicata dalla dirigenza. Un cambio di rotta che era, in ogni caso, obiettivamente difficile da pretendere da una squadra che aveva evidenziato lacune non da poco in diverse zone del campo. Il tecnico marchigiano, la cui mano non si è mai vista soprattutto per mancanza di tempo a disposizione, fu il primo a subire le conseguenze di un mercato che decollò, o tentò di decollare, solo nell’ultimo giorno disponibile, dove non si arrivò a quell’ala di esperienza ed a quel rapace d’area di rigore di cui il Lecce aveva disperato bisogno.
Ha provato a fare il possibile Alberto Bollini, quasi perfetto in casa ma colpevole di un andamento esterno che non ha potuto garantire nemmeno una zona play-off. Demeriti comunque da circoscrivere per un allenatore certamente non in possesso di alcuna bacchetta magica e che si è trovato costretto a risollevare le sorti di una squadra umiliata dalla Reggina ultima in classifica. Il buon gioco e la miriade di occasioni create, sebbene puntualmente fallite (una o due volte è sfortuna, dalla terza in poi diventano lacune gravi che compromettono una stagione), possono costituire un viatico accettabile da cui poter ripartire, a patto di considerare rivedere con fermezza i tanti punti in cui il progetto tecnico ha fallito.
Capitolo a parte, per concludere, riservato all’ambiente. Encomiabili i circa tremila fedelissimi, comprensibile la contestazione di chi è stato abituato da un trentennio a palcoscenici ed andamenti decisamente differenti, è invece da rivedere completamente l’approccio alla categoria. Si può anche considerare (comunque erroneamente, perché un divario così ampio con le outsider non c’è mai stato e difficilmente ci sarà) il Lecce come il Real Madrid della Lega Pro, ma il campo fa storia a parte. La storia della terza serie parla chiaro: nessuno ha mai dominato incontrastato senza soffrire, ed i tanti 1-0 (vedi i 10 della Salernitana) hanno da sempre fatto la differenza. Non sommergere di fischi la propria squadra per un 1-0 sulla Paganese ad inizio campionato e con tante gare ancora da giocare, come accaduto quest’anno, sarebbe un buon approccio per ritrovare l’entusiasmo che ha da sempre contraddistinto la piazza giallorossa, contribuendo alle gloriose sorti del Lecce che fu.
