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LECCE – La Lega Pro è un campionato difficile, è un dato di fatto. Non sia più un alibi

Alla vigilia della quinta giornata di ritorno di campionato, con la strada verso il primo posto (unico obiettivo di inizio stagione) decisamente compromessa ma con la speranza di raggiungere i play-off in pieno essere, il Lecce si trova ad aver appena ufficializzato il secondo esonero in poco più di un mese ed i Tesoro a dover annunciare il settimo allenatore (contando il Lerda-bis) della loro gestione. Raccontata così, la storia recente del club giallorosso parrebbe tutt’altro che serena, ed in effetti così è se la si vede dal punto di vista dei risultati, un po’ troppo deludenti per dei tifosi che negli ultimi trent’anni della terza serie (fatta eccezione per una breve toccata e fuga) ne avevano anche dimenticata l’esistenza. In una sorta di analisi delle recenti vicende sportive nel capoluogo salentino, non si può tuttavia prescindere da un fattore che ha fatto sentire il suo peso, eccome, negli ultimi anni: l’alto coefficiente di difficoltà intrinseco nel girone-sud e, più in generale, nella Lega Pro. E’ vero, la storia e la tifoseria del Lecce meriterebbero altre categorie, ma i fatti ci dicono che anche compagini dal conto in banca e dal bacino d’utenza ben superiore a quello dei salentini (Bologna, Napoli e Genoa su tutte) hanno fatto maggiore fatica nel salto dalla C alla B che non in quello dalla B alla A.

Ora, questo discorso esula completamente dal dibattito, più sterile di quanto non si possa pensare addentrandosi nello svilupparlo, tra chi è pro e chi contro l’attuale dirigenza. Il ragionamento è ben più semplice: la Lega Pro è forse il più difficile tra i campionati professionistici (relativamente allo spessore ed agli obiettivi di una società del calibro del Lecce), ma allo stesso tempo questa asserzione non deve tramutarsi in una sorta di alibi per non andare al di là dei propri difetti, per non ammettere (a volte anche pubblicamente, con un bagno di umiltà che solo i grandi campioni sono disposti a compiere) i propri errori. Troppe volte, negli ultimi tempi, in casa Lecce si sono ascoltate conferenze stampa in cui, anche di fronte a pessime prestazioni (nell’era-Lerda in particolare, ma anche ad opera di un Dino Pagliari che comunque, va detto, non ha certo avuto il tempo necessario a modellare la squadra) si è chiamato in causa il fattore-difficoltà della categoria, che dovrebbe essere un sottotesto scontato e non un salvagente a cui aggrapparsi nelle normali burrasche che seguono la mancata vittoria di chi è tra i tre candidati (assieme a Benevento e Salernitana) al primo posto. Critiche che non si possono ignorare o additare come destabilizzanti quando si è, tra le sopracitate principali candidate alla vittoria finale, l’unica ad aver perso notevolmente terreno.

Lecce è una piazza non semplice in cui la pressione per i risultati c’è più che altrove in Lega Pro, e chi accetta di vestire giallorosso lo sa benissimo. Al di là dell’esito di una o più partite, tuttavia, c’è però l’elemento che i tifosi chiedono più di ogni altra cosa, e di cui negli ultimi tempi (Martina, Ischia e Reggina ne sono il simbolo) è legittimo pensare ne abbiamo sentito la mancanza: l’impegno e l’attaccamento alla maglia. Se chi scenderà in campo davanti al pubblico amico del “Via del Mare”, forte di valori tecnici che pochi altri in Lega Pro possono vantare, mostrerà di aver dato tutto (stesso dicasi per allenatore o dirigenti), a quel punto gli errori visti negli ultimi due mesi difficilmente potrebbero essere ripetuti. E, qualora invece avvenisse il contrario, in campo, in panchina o dietro una scrivania, sarebbe bello e produtttivo se venissero ammessi e non più solo nascosti dietro un “la Lega Pro è un campionato difficile”.