LECCE – C’era una volta Cheva
E’ finita? Ora, forse si. Il momento resterà nella storia giallorossa per sempre.
Minuto 79’ De Canio chiede il cambio, Piatti si avvicina al quarto uomo che solleva la lavagna luminosa, escono sullo schermo il numero 19, dell’argentino, e il 23 quello di Chevanton, subentrato 26 minuti prima.
L’uruguagio, attonito, si avvicina alla panchina, cerca spiegazioni da Gigi che si volta dicendogli qualcosa con area distaccata. Allora la punta si accomoda con camminata stanca e sguardo spento, senza giaccone, nuovamente in panchina.
Le bocche dei tifosi si riempiono di parole che sgorgano a fiumi, chi in difesa dell’allenatore lucano, chi per prendere la parte del sudamericano – come guelfi e ghibellini – mentre le telecamere indugiano sulla punta.
Il rapporto era già incrinato, un cerotto per tamponare uno squarcio non è bastato, l’effetto placebo del goal contro il Parma è durato il tempo di un amen. La panchina che scotta sotto le gambe di Ernesto e le grane per De Canio, con la consapevolezza di dover gestire, a fatica, un mostro sacro del Lecce.
Domenica tutto si è incrinato. Chevanton ha provato ad indossare i panni dell’eroe, ma la foga e la scarsa condizione, mista a poca lucidità lo hanno frenato, rallentando l’avanzata leccese.
De Canio non ha potuto fare altro, forse col senno del poi non doveva neppure farlo scendere in campo. Il Lecce soccombeva e l’uruguaiano si ostacolava da solo, con si la voglia del guerriero ferito, ma le gambe pesanti come macigni.
L’amore per questa maglia non si può cancellare, ma questo amore sta diventando tossico per Chevanton e per il Lecce.
C’era una volta Cheva: “Nessuno t’amerà come ti ha amato Lecce.”.
