LECCE – Si torna con i piedi per terra, ma nulla è perduto. Braglia, ora serve reagire con i fatti
Tutti sapevano che sarebbe stato difficile, tutti in fondo (ma non troppo) l’avevano fortemente sperato, sognato. Il primo posto, dopo 18 risultati utili consecutivi, era oggettivamente alla portata di un Lecce che, in seguito al cambio di allenatore, aveva sterzato a “U”, vincendo spesso, pareggiando se la giornata era “no” e perdendo una volta in sei mesi, più per caso che per demerito. Con l’arrivo di Braglia, i giallorossi sono diventati squadra, con un attacco finalmente prolifico, un centrocampo solido ed una difesa impenetrabile, la migliore tra autunno ed inverno.
Una signora squadra finalmente calatasi nella categoria, che ha reagito colpo su colpo alle difficoltà, risultando insuperabile in casa e vincendo quasi tutti gli scontri diretti, con le rivali principali (Foggia e Casertana) che si sono via via ridimensionate. Tutte, ad eccezione di un Benevento che come il Lecce è partito in sordina ma che a differenza dei salentini ha chiuso il 2015 in uno stabile semi-anonimato, trovandosi a mangiare il panettone dopo una cocente sconfitta proprio al “Via del Mare” che aveva fatto scivolare l’undici di Auteri al quinto posto, a meno sette dalla Casertana capolista. I sanniti hanno avviato la rincorsa alla vetta in ritardo, dunque, rispetto a Moscardelli e compagni, ma hanno in compenso (e che compenso!) avuto il merito non tanto di essere continui, quanto di non sciogliersi arrivati al momento-clou della stagione, ribattendo colpo su colpo ai sorpassi provvisori da parte dei salentini e cacciando gli artigli fino ad arrivare ad un passo dall’agognato traguardo che, arrivati a questo punto, possono solo perdere da soli.
Una situazione opposta rispetto a quella di un Lecce che, andato al riposo per le vacanze pasquali forte di un poker esterno in casa del Cosenza, aveva in mano il proprio destino e poteva contare sull’entusiasmo della piazza, su uno stato di forma invidiabile e su una fame di vittoria che ne faceva una delle squadre agonisticamente più cattive della categoria. Tutti elementi che sembrano essere venuti meno nel fino ad oggi aprile terribile dei giallorossi di Braglia, i quali nelle ultime tre gare hanno raccolto due punti (non accadeva dalla gestione-Asta), salutando virtualmente i sogni di gloria chiamati promozione diretta e vedendo seriamente minate le proprie certezze anche per il futuro.
Sbagliare è umano, si sa, ma l’errore più grave sarebbe quello di levare bandiera bianca, di arrendersi, di crogiolarsi in questa situazione che va risolta il prima possibile. Se con il Matera erano le assenze in difesa e la forma super del portiere avversario, se con l’Akragas era la sfortuna di una palla che sembrava non voler entrare con oltre quindici conclusioni in porta, con il Messina le scuse vengono meno, perché creare e sbagliare quanto una squadra modesta e senza obiettivi di classifica è inaccettabile per un gruppo che si sta giocando tanto, se non tutto. La graduatoria attuale parla chiaro: raggiungere il primo posto sfiorerebbe l’impossibile, mentre tornando con i piedi per terra, il vero obiettivo si chiama raggiungere i play-off. Per farlo, e per arrivarci da una posizione vantaggiosa, servirebbero tre vittorie su tre (nemmeno sette darebbero la certezza matematica degli spareggi). A quel punto inizierà un nuovo campionato, con l’obiettivo-vittoria finale assolutamente alla portata dei giallorossi, a patto che si reagisca quanto prima alle problematiche attuali, ritrovando condizione, voglia, e convinzione che la posta in palio sia ancora altissima. Già ampiamente fatto a parole, con promesse in alcuni casi erroneamente scivolate in proclami. Adesso servono i fatti.
