foto: E. Di Francescoph: Coribello/Salentosport
LECCE – La deriva dell’immobilismo e un’anima smarrita: la grinta in campo è il requisito minimo, non un optional
Mancano sette partite alla fine e il Lecce si ritrova davanti allo specchio, scoprendosi fragile, prevedibile e, ciò che più spaventa, rassegnato. Il tracollo contro l’Atalanta non è che la punta di un iceberg fatto di scelte tecniche discutibili, un mercato invernale che pare aver indebolito anziché rinforzato e un atteggiamento mentale che offende la storia di questo club.
IMMOBILISMO – Chi chiamare in causa se non l’allenatore? È incomprensibile che, anche sotto di due o tre gol, il tecnico resti prigioniero di un unico schema che esclude a priori le due punte o qualsivoglia altra variante tattica. Perché non osare? Cosa c’è da perdere? Perché non meditare su soluzioni alternative, visto che quelle ordinarie non danno frutti? (ieri zero tiri in porta).
Si può pensare a una nuova disposizione in campo che possa alzare il tasso di potenziale pericolosità della squadra? Un 4-4-2 o un 4-4-1-1, se non si vogliono schierare le due punte, sarebbe così troppo azzardato? È possibile pensare a un nuovo ruolo per Pierotti che sembra essere potenzialmente uno dei più pericolosi in fase offensiva ma che è costretto a coprire tutta la fascia, arrivando poi in zona tiro col fiato corto? Si può pensare all’argentino come falso nueve, visto che i veri nueve non fanno un tiro in porta? E poi, non esiste alternativa allo stucchevole e improduttivo rinvio lungo di Falcone a cercare la spizzata di Gandelman o della punta? Una strategia che regala sistematicamente il pallone agli avversari, con una percentuale di seconde palle riconquistate che rasenta il nulla. Non sappiamo su cosa si sia lavorato nelle due settimane di sosta, ma, da quanto visto ieri, sembra che il lavoro quindicinale non abbia dato frutti.
I MISTERI DELLA PANCHINA – C’è poi il capitolo “risorse ignorate”. Perché gente come Marchwinski, Helgason o Alex Sala non vede mai il campo, nemmeno per una manciata di minuti? Se la fiducia nei loro confronti è nulla, perché non attingere dalla Primavera che tanto bene sta facendo? In un momento in cui Stulic e Cheddira offrono prestazioni desolanti, sarebbe fuori luogo attingere alla squadra di Simone Schipa, magari per dare una mezza chance a giovani come Esteban (17 gol e tre assist in campionato) o a Gorter e Kovac? O bisogna preferire sempre e comunque la mediocrità di chi passeggia in campo alla fame di chi quel campo vorrebbe mangiarselo?
IL COMPLESSO DELLE ‘BIG’ – Il Lecce scende in campo contro le grandi con il volto di chi ha già perso. Un approccio difensivista, volto esclusivamente a cercare uno 0-0 che puntualmente evapora al primo immancabile errore, portando allo scoramento totale del gruppo e dei tifosi. Dove sono i leader? Perché Ramadani, Falcone e Coulibaly (che sembrano essere gli unici assimilabili alla figura di un leader) non riescono a trascinare i compagni verso un’aggressività che duri cento minuti e non solo venti? La grinta non è un optional per chi si gioca la vita sportiva: è il requisito minimo.
“TESTA ALLA PROSSIMA” – Di frasi come “la partita più importante è la prossima” o “ripartiamo dalla prestazione” non se ne può più, soprattutto quando le prestazioni come quella di ieri di dignitoso hanno poco e nulla. Il Lecce non può e non deve abituarsi alla mediocrità, sperando semplicemente che esistano tre squadre peggiori. La campagna acquisti invernale Corvino-Trinchera non ha corretto gli errori di costruzione, anzi, ha consegnato a Di Francesco una rosa che pare ancora più priva di alternative valide.
Sette “finali”. Non c’è più tempo per i “clic” mentali che non arrivano o per le filosofie tattiche che non producono tiri in porta. O si ritrova il coraggio di cambiare, di osare e di lottare, o questo lento scivolare verso l’abisso diventerà irreversibile. Lecce non merita di morire di noia e di paura.

