foto: M. Irace ph: SalentoSport
L’INTERVISTA – Matias Irace, mental coach a Barcellona: “Ma Nardò è casa mia, sogno di tornare nel Salento…”
Matías Irace, centrocampista argentino classe 1983, nasce a Rosario, la stessa città che ha dato i natali a Lionel Messi e a generazioni di calciatori cresciuti con il pallone cucito addosso. Cresce nel vivaio del Rosario Central, debutta in Primera División, gioca la Copa Libertadores. Una carriera che sembra destinata a percorrere i palcoscenici del calcio sudamericano e invece, come spesso accade, prende una piega diversa e porta lontano — fino al tacco d’Italia.
In Puglia, Irace trova non solo continuità ma una seconda casa. A Nardò, nella stagione 2009-10, vince l’Eccellenza e la Coppa Italia di categoria agli ordini di Alessandro Longo, trascinando i granata verso i vertici del calcio regionale. L’anno successivo, sempre con Longo in panchina, il salto in Serie D: un campionato di livello, culminato con la conquista dei playoff — anche se l’avventura si chiude al primo turno. Poi Bisceglie, Martina, altre tappe di un percorso ricco e vissuto. Nel dicembre 2012 arriva la chiamata del Casarano, in Promozione. Irace accetta e ripaga la fiducia nel modo più eloquente: a fine stagione il club rossoblù conquista il campionato, la Coppa Italia di Promozione e la Supercoppa di categoria. Un triplete. In quella Casarano lavora una struttura solida: Massimo Alemanno come Direttore Generale, Gianni Inguscio — figura che tornerà più volte nella vita di Irace — come Direttore Sportivo, Antonio Obbiettivo come Team Manager e ancora Alessandro Longo in panchina. Un gruppo di lavoro che Irace ricorda con affetto e gratitudine.
Oggi Matías Irace vive a Barcellona e fa il mental coach. Ma il Salento, come racconta lui stesso, non l’ha mai lasciato davvero.
Matías, sei cresciuto a Rosario e hai esordito in Primera División con il Rosario Central a vent’anni, giocando anche la Libertadores. Come si passa da lì al Salento?
“Dal debutto con il Rosario Central fino alla Copa Libertadores, lungo il percorso bisogna prendere delle decisioni, e il tempo ti insegna dove le cose avrebbero potuto essere fatte diversamente. I miei forti principi mi hanno portato a essere fermo con alcune persone per evitare di proseguire su certe strade, e questo mi ha fatto maturare. È stato difficile accettare la caduta dopo aver lasciato il Central. Ho portato il peso di un’ingiustizia per molti anni, che ho dovuto elaborare imparando l’ordine dei bisogni fondamentali della vita. Questo lavoro introspettivo mi ha permesso di vedere quegli anni con orgoglio: il debutto con la squadra che amo, il derby, la Libertadores, il rigore sbagliato. Se dovessi dare nome e cognome per spiegare perché sono arrivato nel Salento, il responsabile sarebbe Gianni Inguscio”.
Nardò, poi Casarano: due storie di successo in pochi anni. Qual è il ricordo che porti più nel cuore?
“Vincere il campionato e ottenere la promozione è un’esperienza positiva sotto ogni punto di vista. Gianni Inguscio è stato protagonista di entrambe le storie: c’è sempre qualcuno ai vertici che ti vuole lì, e quel qualcuno era lui. Entrambe le squadre erano allenate da Alessandro Longo e abbiamo sempre cercato di vincere ogni partita. I giocatori italiani, a Nardò e Casarano, ci hanno fatto sentire come una famiglia fin dal primo giorno. Non vedevo l’ora di allenarmi e di far parte di quei gruppi. Tra le persone che mi hanno reso la vita più facile ricordo: Tartaglia, De Razza, i preparatori atletici di Nardò Ale e Anto, Cornacchia, Hugo Pica, i fratelli De Benedictis, Luciano Volturno, Stefano De Padova, Danilo Bassi, Alex Vetrugno, il responsabile dell’attrezzatura Giancarlo De Nardo, e i compagni argentini: Ruggiero, Calabuig, Di Rito, Raponi, Uru, Chupete Marini, Montaldi, Pereyra, Regner, Scala, Veron. L’affetto delle persone fuori dal club è però quello che apprezzo di più. Nardò è casa mia, come ho sempre detto”.
Sei rimasto in contatto con ex compagni, amici o persone con cui hai lavorato in quegli anni?
“Sono ancora in contatto con molte persone di quel posto meraviglioso e ci torno ogni volta che posso. Qualche anno fa è nato il gruppo WhatsApp di Nardò del 2009-2010, dove ci aggiornavamo su cosa stessero facendo tutti. Poi c’è la famiglia di Gianni Marzano, Fernando Pero, Marco Balducci e Raffaele Pappadà, che è venuto a Barcellona due volte, e il mio caro amico Matias Calabuig con la sua famiglia. Preferisco parlare di persona piuttosto che al telefono, ma è perfettamente normale”.
Nel tuo libro “Il calcio è per i poveri”, uscito nel 2024, scrivi che certi Natali li hai passati da solo e che alcune giornate finivano in lacrime. Quanto ha pesato quell’esperienza nel tuo percorso verso il mental coaching?
“Ogni momento difficile è un momento di crescita personale che nessuno vorrebbe vivere, ma è inevitabile. Dietro a tutto questo stiamo parlando di sofferenza che diventa apprendimento, capacità di analizzare le cose da una prospettiva diversa. Prima di fare il mental coach ho allenato ragazzi dai 13 ai 19 anni per cinque anni, e vedevo chiaramente la pressione, la mancanza di fiducia, le paure. Non potevo chiedere di più a un ragazzo che vedevo in difficoltà. Ho iniziato così a improvvisare tecniche di sensibilizzazione perché non avessero paura di esprimere come si sentivano. Il mio strumento principale era l’onestà. Ho scritto nel libro una frase che uso ancora oggi: il problema del calciatore non è mai il pallone tra i suoi piedi”.
Quali sono le fragilità più comuni che vedi nei calciatori oggi?
“I punti deboli sono sempre gli stessi: la paura di perdere palla, la paura di non essere all’altezza, la paura di deludere la famiglia, i tifosi, la società. Questo aumenta troppo la pressione e si smette di divertirsi. Per fortuna molti campioni riconoscono oggi l’importanza dell’aspetto mentale, e questo ha aiutato tanti ad accedervi senza sentirsi giudicati. Scaloni, Dibu Martinez, Paredes, Enzo Perez e De Paul dimostrano che ammettere di aver bisogno di strumenti di gestione personale non è un problema. La prima cosa da insegnare ai ragazzi è voler giocare ed essere disposti a imparare. Senza questo, tutto il resto viene da sé”.
Credi che il fallimento della nazionale italiana, non qualificata ai Mondiali per la terza volta di fila, sia più causato da debolezze tecniche o psicologiche?
“Quando un obiettivo non viene raggiunto per molto tempo, assume un peso diverso. La nazionale italiana dovrebbe qualificarsi naturalmente, eppure non ci riesce, e questo innesca un dibattito sulla ricerca del problema che è la cosa meno utile per la squadra. L’aspetto psicologico è sempre fondamentale: bisogna essere capaci di vedere la situazione come una motivazione, una sfida, non come un peso per l’intero Paese. In un mondo così vincente e con così poca pazienza, un evento del genere diventa insopportabile. Spero che questo messaggio incoraggi le persone a sostenere la squadra senza esercitare una pressione insostenibile sui giocatori”.
Saresti disposto a tornare in Italia per svolgere il tuo ruolo di mental coach? Magari proprio in Salento?
“Sarei disposto a tornare, e in particolare nel Salento, per entrare a far parte di uno staff: condividere esperienze, fornire strumenti, vedere i giocatori in campo. Il libro che ho scritto è uno strumento che utilizzo ancora oggi, perché permette di spiegare difficoltà che per anni sono rimaste nascoste. Tutto questo lavoro mi fa venire in mente la frase d’apertura del libro di Andre Agassi: ‘Odio il tennis’. Quanto è importante capire cosa proviamo davvero riguardo al nostro lavoro, e perché a volte non riusciamo a rendere come vorremmo, nonostante il talento”.
