Skip to content Skip to sidebar Skip to footer

CALCIO – È morto Diego Armando Maradona, il più grande di sempre

La notizia giunge dall’Argentina ed è di quelle che gelano il sangue. Diego Armando Maradona, il più grande calciatore mai esistito, si è spento poco fa per un arresto cardiaco, nella sua casa di San Andres, Tigres, dintorni di Buenos Aires.

La leggenda del futbol aveva appena compiuto 60 anni ed era reduce da un delicato intervento intervento chirurgico alla testa. Ben nove le ambulanze che sono accorse in soccorso del Pibe de Oro, quando, ormai, non c’era più nulla da fare.

LA STORIA DE ‘EL DIEZ’ – Nacque il 30 ottobre del 1960 a Lanus, quarto di otto figli di una famiglia che aveva difficoltà a sbarcare il lunario. I primi segni del suo sterminato talento arrivarono attorno ai suoi dieci anni, quando cominciava a girare la voce di un ragazzino “che giocava in modo fenomenale, cose mai viste prima” e che indossava la maglia numero 10 delle giovanili dell’Argentinos Juniors. A 15 anni esordì in prima squadra, in una gara contro il Talleres. Il suo primo contratto da professionista lo firmò a 17 anni, chiedendo, in aggiunta, “una casa per vivere coi miei genitori e i miei sette fratelli, loro vivono tutti con me”.

L’esordio con la maglia della nazionale argentina fu cosa inevitabile e arrivò a soli 16 anni, il 27 febbraio 1977, nell’amichevole contro l’Ungheria. Il ct era Cesar Luis Menotti. Fu capocannoniere nella lega argentina nel 1978, 1979 e 1980; nel 1979 partecipò alla spedizione della sua nazionale Under 20 che vinse in Giappone i Mondiali di categoria. Ovviamente, Diego risultò il miglior giocatore di quei Mondiali.

Lo cercarono subito da più parti, dalla Colombia, dall’Inghilterra, dall’Argentina stessa. Il River gli fece un’offerta molto importante, se si considera fosse destinata ad un ragazzino. Ma Diego voleva il Boca Juniors e nel 1981 vi esordì (segnando anche quattro gol allo stesso River, in quel torneo). Inevitabilmente, fu selezionato dal ct Menotti per far parte della spedizione argentina ai Mondiali del 1982, dove gli albicelesti non lasciarono il segno (furono nel mini girone dell’Italia, futura campione del Mondo, insieme al Brasile). Ma il talento di Diego era già fulgido. Sbarcò in Europa, al Barcellona, per la cifra-monstre, per quell’epoca, di (ad oggi) 7 milioni di euro circa. Con il Barca vinse la Coppa di Lega, la Coppa del Re e la Supercoppa di Spagna. Mise su famiglia, posando Claudia Vilafane, che lo rese padre di Dalma e Gianina. Nel 1984, il Re varco i nostri confini, vestendo la maglia del Napoli. Lasciando il segno, per sempre, nella città partenopea. All’ombra del Vesuvio, Diego vinse due Scudetti, una Coppa Uefa e una Supercoppa Italiana.

In Italia divenne un re, a tutti gli effetti. E, nell’estate del 1986, in Messico, arrivò il più grande successo a cui possa aspirare un calciatore professionista: la Coppa del Mondo. Diego trascinò i suoi, inventando calcio a 360°. Segnò di mano, all’Inghilterra. Ma poi, per dimostrare che il calcio era lui, dribblò mezza squadra, poco dopo, ad uno ad uno,  segnando il 2-0 e lasciando a bocca aperta il mondo che lo guardava. Fu quello il più bel gol del XX secolo.

Quella gara finì 3-1 per l’Argentina, che poi, in semifinale, regolò il Belgio (doppietta di Diego) e, in finale, la Germania Ovest per 3-2.

Nei Mondiali italiani del 1990, Diego spaccò Napoli. In semifinale, contro gli Azzurri di Azeglio Vicini, il suo San Paolo aveva il cuore diviso e metà. L’Argentina la spuntò ai rigori e andò a giocarsi la finalissima a Roma, contro la Germania, ancora una volta. Parte dello stadio Olimpico fischiò l’inno nazionale argentino, prima della gara coi tedeschi. La risposta di Diego non tardò. Gli si lesse sulle labbra quell’“Hijos de puta” che passò alla storia. Un rigore di Brehme regalò il titolo ai tedeschi. Maradona chiuse da vice campione del mondo. Era già una leggenda, ma cominciavano a farsi strada i suoi problemi con la droga.

Nel 1991, in un Napoli-Bari, risultò positivo alla cocaina. Arrivò la squalifica per 15 mesi. Da lì, il tracollo. Nell’aprile del 1991 fu arrestato, a Buenos Aires, dopo un’irruzione della polizia federale, per possesso di droga. Fu rilasciato poco dopo, ma la sua figura fu segnata per sempre. Chiuse la sua carriera europea nel Siviglia, nel 1992-93, segnando solo sette gol e malcelando un fisico profondamente minato dai suoi eccessi. Non si fece mancare anche alcune risse importanti, una delle quali con l’ex ct della Nazionale, Carlos Bilardo, con cui fu campione del Mondo in Messico.

Nel 1993-94 tornò in Argentina, nel Newell’s Old Boys, prima, nel Boca Juniors, poi. Con l’obiettivo – che sembrava folle – di riuscire a convincere il suo selezionatore a convocarlo per i Mondiali americani del 1994. In quell’anno, inoltre, si rese protagonista di un gesto clamoroso contro i giornalisti che assediavano la sua villa, sparando contro di loro con un fucile ad aria compressa. Successivamente fu condannato a due anni di reclusione, con pena sospesa. Riuscì a rimettersi in forma e a farsi convocare per la Coppa del Mondo negli Usa. Iniziò benissimo, insieme alla sua nazionale, vincendo per 4-0 contro la Grecia, segnando anche un gol. Gli albiceleste vinsero anche la seconda partita contro la Nigeria, ma i colpi di scena non tardarono ad arrivare, nemmeno quella volta: Diego risultò positivo all’efedrina, ad un controllo antidoping, e fu squalificato. La sua nazionale uscì agli ottavi contro la Romania.

Ritornò a giocare nel Boca nel 1995, ma senza grossi risultati. Il 25 ottobre di quell’anno, giocò la sua ultima gara da professionista, contro il River Plate.  Nel 1997 arrivarono i primi problemi di salute, con un ricovero in Cile, a causa di anomalie della pressione sanguigna. Fu il primo di una serie di ricoveri e già allora rischiò, più volte, la vita. Nel 2000, infatti, fu ricoverato per una crisi ipertensiva e ancora per problemi cardiaci. Gli furono trovate tracce di cocaina, ma la scampò e andò a curare la sua dipendenza da sostanze tossiche a Cuba. Arrivarono diverse richieste di riconoscimento di paternità, da parte di donne di mezzo mondo, e diverse rogne legate allo sfruttamento della sua immagine e del suo marchio. In quegli anni, Maradona sperperò gran parte del suo patrimonio.

Nel 2008 fu chiamato a guidare la nazionale del suo Paese e non fece male, collezionando 18 vittorie su 24 gare. Bruciante, però, fu la sua ultima partita in panchina: quello 0-4 subito ai Mondiali del 2010 in Sudafrica, per mano della Germania.

Profondamente deluso dal non trovare il giusto riconoscimento in Argentina, Diego andò ad allenare all’estero, prima negli Emirati Arabi, poi in Messico. Fu, nuovamente, più volte ricoverato, quasi in fin di vita, come nel 2012, per via di complicazioni susseguenti a delle coliche renali. Nel 2018, nei Mondiali di Russia, partecipò di persona alla vittoria della sua Nazionale contro la Nigeria, anche se ne pagò le conseguenze a livello fisico, ancora una volta. Si diffuse la notizia della sua morte, poi smentita. L’anno scorso accusò dei problemi intestinali: un’emorragia allo stomaco per via del bypass gastrico a cui si sottopose. Fu operato d’urgenza, e, dopo lunga convalescenza, si rimise in piedi. Sempre nel 2019, il Gimnasia La Plata gli offrì il ruolo di allenatore, cosa che gli risollevò il morale e diede senso alla sua vita. Perse il padre e la madre, saltò il suo matrimonio e si incrinò anche il solidissimo rapporto con le figlie Dalma e Giannina, che sposò Sergio Aguero, e gli regalò Benjamin. Riconobbe altri figli, tra cui Diego Armando Junior, avuto da una donna napoletana.

Nemmeno un mese fa, il 30 ottobre, tutto il mondo ne celebrò i suoi 60 anni. Proprio nel giorno del suo compleanno dimostrò un pessimo stato di salute e fu ricoverato in una clinica di La Plata. Gli fu riscontrato un ematoma al cervello, cosa che necessitò di un urgentissimo intervento chirurgico per aspirare il coagulo. Questa volta, però, non ce l’ha fatta. Diego, “El Diez”, ha abbandonato la sua partita più importante, quella con la vita, in una mattina di tarda primavera argentina, lasciando un segno indelebile nella storia del calcio, e non solo.