foto: P. Corvinoph: Coribello/Salentosport
LECCE – Corvino: “Lascio uno dei club più sani d’Europa. Amareggiato per Report, mi è dispiaciuto non essere stato ascoltato”
Pantaleo Corvino è visibilmente emozionato quando prende la parola (QUI il testo integrale). “Tredici anni: una lunga storia d’amore non la si può raccontare in pochi minuti”. La decisione, però, era già maturata da tempo: “Avevo già fatto presente di essere un po’ stanco“.
Sul caso Report glissa con serenità: “Piccola turbolenza, ma non ne abbiamo avvertito la sostanza, né io né mio figlio. Quando non hai fatto nulla non devi aver paura”. Ciò che lo ha ferito, semmai, è non essere stato contattato direttamente dai giornalisti. “Se fossero venuti da me avrei fatto loro vedere i numeri del mio lavoro”. E quei numeri li espone con precisione, citando gli acquisti fatti con Fali Ramadani mediatore o procuratore al Lecce e alla Fiorentina.
Sul figlio Romualdo, procuratore, è diretto: “A casa mia si è sempre vissuto di calcio. A mio figlio non potevo togliere il sogno“.
La vera ragione dell’addio è però altra, e Corvino la racconta con una metafora: “Mi sento un cavallo di razza: devo morire in pista. Ho ancora tanta passione, ma arriva un’età in cui devo fermarmi. Il Lecce non può aspettarmi“. Lascia uno dei club più sani d’Europa, costruito con risorse limitate e rigore gestionale: “Per essere sostenibili ho fatto tutto ciò che era possibile fare con il nostro budget ridotto“.
Spazio anche per i ricordi più dolorosi — la scomparsa di Davide Astori e di Graziano Fiorita, massaggiatore che lui stesso aveva portato in prima squadra, “come un mio primogenito” — e per i saluti: a Di Francesco, “lo abbraccio idealmente adesso”; ai calciatori che non ha potuto salutare di persona; alle istituzioni e a tutto il Salento, “anche a chi mi detesta”.
Chiude con un augurio semplice e sincero: “Per gioire un giorno ho dovuto soffrire 364 giorni, ma ne è valsa la pena. Mi auguro che il Lecce rimanga in Serie A nel tempo”.
